Duecento miliardi di dollari. È la soglia che nessuna azienda di semiconduttori aveva mai superato, e che Nvidia ha attraversato con ampio margine nell’anno fiscale 2026. I numeri dicono infatti 215,9 miliardi di ricavi totali, e un utile netto di 120 miliardi.
Solo nell’ultimo trimestre, chiuso a fine gennaio, i ricavi si sono attestati a 68,1 miliardi, in crescita del 73% rispetto all’anno precedente, con un utile netto di 43 miliardi contro stime di 36,4.
Le previsioni ufficiali per il trimestre in corso indicano ricavi di 78 miliardi di dollari, contro un consenso degli analisti fermo a 72,6 miliardi secondo LSEG.
Non è solo un record contabile. È la misura di quanto l’intera industria dell’IA dipenda da un singolo fornitore di infrastruttura. E di quanto quella dipendenza stia diventando un tema che va oltre i mercati finanziari.
Il motore e le sue dipendenze
Oltre il 91% dei ricavi di Nvidia proviene oggi dalla divisione datacenter, che ha generato 62,3 miliardi nell’ultimo trimestre. È un modello che rende i risultati di Nvidia uno specchio diretto della spesa infrastrutturale dei grandi operatori cloud. Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft stanno spendendo cifre che Reuters stima in oltre 630 miliardi di dollari nel solo 2026, con la maggior parte destinata a datacenter e processori.
Gli hyperscaler rappresentano poco più del 50% dei ricavi della divisione datacenter. Una concentrazione questa che descrive un rapporto simbiotico: Nvidia cresce perché loro spendono, loro spendono perché Nvidia fornisce ciò che, al momento, non ha sostituti credibili. “I nostri clienti sono in corsa per investire nella capacità di calcolo per l’IA”, ha detto Jensen Huang.
L’hardware che cambia
L’architettura Blackwell, lanciata lo scorso anno, è ancora al centro della domanda. Ma la generazione successiva, Vera Rubin, è già in consegna: la CFO Colette Kress ha confermato che i primi campioni sono stati spediti ai clienti questa settimana, con la produzione in scala prevista nella seconda metà dell’anno.
Le prestazioni attese sono degne di nota, con dieci volte più efficienza per watt rispetto alla generazione attuale. È un dato tecnico che ha una lettura politica precisa. Il consumo energetico dei datacenter è diventato un tema di policy in diversi paesi, con proteste civiche, rincari delle bollette e pressioni regolative. Un chip che consuma dieci volte meno è anche una risposta a queste pressioni.
Il segmento gaming, un tempo il cuore del business, ha registrato invece ricavi di 3,7 miliardi nel trimestre, in crescita del 47% anno su anno ma in calo del 13% sul trimestre precedente. La causa, secondo Nvidia stessa, è una carenza globale di chip di memoria che sta spingendo l’azienda a privilegiare i processori per l’IA. Una scelta che racconta meglio di molti comunicati dove si trovano le priorità.
Nvidia e l’importanza del networking
C’è un numero che passa in secondo piano ma che dice molto sulla direzione strategica di Nvidia. I ricavi della divisione networking (NVLink per connettere le GPU tra loro, switch Ethernet Spectrum-X), hanno raggiunto 10,98 miliardi nel trimestre, in crescita del 263% anno su anno (CNBC).
Nvidia non vende solo chip: vende l’architettura che li fa funzionare insieme. Più un operatore integra NVLink nei propri datacenter, più diventa strutturalmente difficile sostituire i processori Nvidia con quelli di un concorrente. Non è un effetto collaterale: è un modello industriale. E i numeri dicono che sta funzionando.
La Cina e l’asimmetria con AMD
Il forecast di Nvidia per il trimestre in corso non include alcun ricavo dalla Cina. Non per scelta strategica, ma per vincoli regolatori.
A dicembre un accordo con la Casa Bianca aveva aperto alla possibilità di vendere il chip H200 al mercato cinese. Ma le revisioni della sicurezza da parte delle autorità statunitensi hanno bloccato il rilascio delle licenze, come riportato dal Financial Times. Nvidia ha ricevuto l’approvazione per “piccole quantità”, ma senza ancora generare ricavi.
AMD è in una posizione diversa. Come segnala Reuters, il principale rivale ha già ottenuto le licenze per spedire versioni modificate dei propri chip in Cina e ha incluso questi ricavi nelle previsioni del trimestre corrente.
Non è una coincidenza: è il risultato di una logica di controllo selettivo delle esportazioni che penalizza il leader di mercato più del challenger. Chi decide chi può vendere cosa in Cina sta di fatto influenzando la competizione globale nei semiconduttori.
Il quadro si completa con le mosse dei concorrenti sul resto del mercato. AMD sta per lanciare un nuovo server di punta per l’IA e ha siglato accordi con i principali clienti di Nvidia, tra cui Meta. Google fornisce già ad Anthropic i propri chip TPU in alternativa alle GPU di Nvidia ed è in trattativa per fare lo stesso con Meta. Le Big Tech, insomma, puntano tutte a sviluppare chip proprietari per ridurre la dipendenza da fornitori esterni.
La supply chain cambia geografia
Nvidia, infine, sta spostando parti della propria catena produttiva fuori dall’Asia. I chip Blackwell vengono ora prodotti nelle nuove fabbriche di TSMC in Arizona, mentre l’assemblaggio dei sistemi rack-scale avviene in un impianto Foxconn in Messico.
La mossa risponde a più pressioni contemporaneamente: ridurre l’esposizione geopolitica a Taiwan, soddisfare le aspettative dell’amministrazione americana sul reshoring produttivo, diversificare il rischio di approvvigionamento. Nvidia stessa ha precisato nel proprio filing che queste iniziative puntano a “rafforzare la supply chain, aggiungere resilienza e ridondanza”.
La transizione è avviata ma richiederà anni prima di tradursi in una diversificazione effettiva. Nel breve periodo introduce nuove variabili: la capacità produttiva locale deve ancora raggiungere i volumi necessari, e i tempi di consegna degli impianti restano incerti.
Fonti: Reuters, Financial Times, CNBC


