Il più grande fondo sovrano del mondo si è messo di traverso sul nuovo piano di compensi da 1.000 miliardi di dollari per Elon Musk.
La Norges Bank Investment Management, che gestisce il fondo sovrano norvegese da 1.900 miliardi, ha reso noto di aver votato contro la proposta, diventando il primo grande investitore istituzionale a rendere pubblica la propria posizione.
Nella nota diffusa martedì, il fondo ha riconosciuto “il significativo valore creato sotto la guida visionaria del signor Musk”, ma ha espresso “preoccupazione per la dimensione complessiva dell’incentivo, la diluizione azionaria e la mancanza di misure atte a mitigare il rischio legato alla dipendenza da una singola figura chiave”.
Le azioni Tesla hanno reagito con un calo di quasi il 3% nelle contrattazioni pre-mercato, in attesa dell’assemblea annuale che si terrà giovedì.
In quella sede, gli azionisti voteranno sulla proposta di un pacchetto che garantirebbe a Musk un’ulteriore partecipazione del 12% in Tesla se riuscirà a portare la capitalizzazione dell’azienda a 8.500 miliardi di dollari nel prossimo decennio.
Si tratta di una cifra che equivale a moltiplicare per otto il valore attuale della società e che porterebbe il compenso complessivo del CEO oltre la soglia simbolica dei mille miliardi.
Musk e il fronte contro i super-bonus
Il fondo norvegese, che detiene circa l’1,2% di Tesla ed è sesto tra gli investitori istituzionali dopo giganti come Vanguard e BlackRock, non è il solo a dire no.
Anche alcuni fondi pensione pubblici statunitensi, come l’American Federation of Teachers e i sistemi pensionistici della città di New York, hanno espresso la loro opposizione, così come le principali società di consulenza per gli azionisti.
Il fronte critico sostiene che il pacchetto di Musk consolidi eccessivamente il potere del fondatore, esponendo Tesla a un “key man risk” difficilmente sostenibile nel lungo periodo.
Il magnate, che possiede già circa il 15% dei diritti di voto, potrà comunque partecipare alla votazione. In caso di approvazione, riceverebbe nuove tranche di azioni al raggiungimento di una serie di obiettivi ambiziosi, come consegnare 20 milioni di veicoli, lanciare un milione di robotaxi e rafforzare la piattaforma di guida autonoma.
La solita battaglia che si ripete
Non è la prima volta che Musk e gli investitori si scontrano sul tema dei compensi. Già nel 2018 il consiglio di amministrazione di Tesla aveva approvato un piano di stock option monstre, poi annullato da un giudice del Delaware per irregolarità procedurali.
Quella volta, nonostante il 72% dei voti favorevoli, la corte aveva confermato la revoca, spingendo l’azienda a presentare ricorso. La decisione definitiva è ora nelle mani della Corte Suprema del Delaware.
Oggi la storia sembra ripetersi, ma con un contesto più complesso. Tesla è nel pieno di una fase di transizione, tra la crescita rallentata nel mercato dei veicoli elettrici e la scommessa sull’intelligenza artificiale attraverso xAI, la startup fondata dallo stesso Musk.
Proprio su questo punto, un’altra proposta all’ordine del giorno chiede al board di Tesla di investire direttamente in xAI, segno di un intreccio sempre più stretto tra le aziende del suo impero.
Lo scontro tra la visione di Musk e la prudenza dei grandi fondi riflette una frattura ormai classica nella Silicon Valley: da un lato il mito del leader carismatico, capace di trascinare un’azienda a forza di idee e ambizione; dall’altro, la crescente pressione degli investitori istituzionali che chiedono regole, equilibrio e sostenibilità.
È la stessa tensione che attraversa l’intera industria tech, dove i super-compensi diventano ogni volta un referendum sul rapporto tra innovazione e governance. E ancora una volta, Musk è al centro di quel voto.
Fonte: The Wall Street Journal


