Di tutte le imprese di Elon Musk, quella di Neuralink è stata una delle più complesse. Dopo anni di sviluppo e sfide, ripetuti ritardi da parte della FDA, indagini normative e controversie legate ai test su animali, l’azienda ha dovuto attendere il maggio del 2023 per ottenere l’approvazione ad avviare test clinici sugli umani.
Lo scorso gennaio, Elon Musk ha annunciato che il primo impianto era stato completato con successo. A febbraio, ha raccontato che il primo paziente di Neuralink stava bene e che poteva controllare il mouse col pensiero. Si è dovuto invece attendere marzo per scoprire chi fosse il paziente zero, ossia Roland Arbaugh, 29 anni, paralizzato dal collo in giù dal 2016. In quell’occasione venne mostrato giocare a scacchi con la semplice forza del pensiero durante una diretta dell’azienda su X.
Da allora, però, gli aggiornamenti sono stati sporadici e divulgati solamente a discrezione dell’azienda.
Quello impiantato è stato il Neuralink N1, un dispositivo grande circa un quarto di dollaro, dotato di batteria, un sistema di comunicazione e un chip di elaborazione, installato direttamente sul cervello del paziente mediante un piccolo foro nel cranio e l’assistenza di un robot chirurgico.
Il dispositivo, definito anche “interfaccia cerebro-computer” (abbreviato in BCI), si avvale di 64 filamenti ultrafini, ciascuno dotato di 16 elettrodi, che penetrano di qualche millimetro nella corteccia motoria del paziente, trasmettendo l’attività neurale che permette il controllo di dispositivi computerizzati, come il movimento del cursore o la digitazione.
Il che ci porta al cuore della notizia. In un aggiornamento dell’8 maggio, tra le righe, Neuralink ammette quanto segue: “In the weeks following the surgery, a number of threads retracted from the brain, resulting in a net decrease in the number of effective electrodes”.
In altre parole, Neuralink ha confessato che nelle settimane seguenti all’intervento, numerosi filamenti si sono ritratti dal cervello di Arbaugh, provocando una significativa riduzione degli elettrodi funzionanti. Ciò ha causato un calo nella velocità e precisione con cui il paziente poteva controllare un cursore computerizzato.
Le modifiche successive all’algoritmo di registrazione dell’impianto hanno però migliorato la situazione, arrivando a superare le prestazioni iniziali del paziente. L’azienda però non ha fornito ulteriori dettagli sugli aghi staccati, né sulle cause del malfunzionamento.
Ci si potrebbe interrogare sul perché di questa ammissione “a mezza bocca” di Neuralink, e la causa pare essere l’indagine in corso da parte del The Wall Street Journal, che stava indagando proprio sul succitato problema, del quale evidentemente è venuta a conoscenza grazie a qualche indiscrezione. Stando a fonti anonime, la causa potrebbe essere un pneumoencefalo, causato dall’intrappolamento di aria che si verifica successivamente a un intervento di chirurgia.
Nonostante il problema non sembri minacciare la sicurezza del paziente, pare si sia anche discusso brevemente se rimuovere o meno l’impianto.
Neuralink prevede di implementare 10 impianti N1 entro la fine dell’anno.


