Nel grande snodo tra tecnologia e politica internazionale, c’è chi decide di scendere da un treno e chi, invece, di salirci.
Microsoft ad esempio ha deciso pochi giorni fa di fare un passo indietro, riducendo la propria esposizione militare in Israele dopo le polemiche sull’uso dei suoi servizi a Gaza.
Al contrario, Palantir e un gruppo di investitori e startup americane si preparano a salire a bordo, pronti a colmare quel vuoto con nuove alleanze e applicazioni dell’intelligenza artificiale.
Le tempistiche restituiscono la sensazione (illusoria?) di un passaggio di testimone: mentre un gigante del cloud si sfila sotto la pressione dei suoi stessi dipendenti, altri attori più spregiudicati non si fanno problemi a intrecciare tecnologia e difesa accelerano la corsa.
La missione americana di Netanyahu
È in tale contesto che va letto il meeting di Benjamin Netanyahu a New York. Il premier israeliano ha incontrato alcuni dei volti più rappresentativi dell’ecosistema tecnologico statunitense per discutere del futuro dell’intelligenza artificiale nel suo Paese.
Al tavolo, secondo quanto riportato da Bloomberg, c’erano figure come Jacob Helberg (ex consigliere di Palantir e oggi destinato a un ruolo di primo piano nell’amministrazione Trump), insieme a dirigenti e fondatori di aziende fintech e cloud.
L’obiettivo, raccontano fonti vicine all’incontro, era quello di esplorare le potenzialità dell’IA come motore per la crescita economica interna e al tempo stesso come strumento capace di rafforzare le capacità militari di Israele.
Netanyahu, affiancato da pochi collaboratori fidati, ha voluto mantenere la riunione su toni informali. Ma la sostanza è chiara: per Tel Aviv l’alleanza con la Silicon Valley non è un’opzione, è una necessità strategica.
Le due anime dell’IA
Non è un caso che, accanto a startup fintech come Ramp, ci fossero anche esponenti del mondo cloud e venture capitalist abituati a muoversi tra sicurezza e alta tecnologia.
In quella sala si sono incontrate due traiettorie: da un lato, l’urgenza di Israele di rafforzare le proprie risorse in un momento di conflitto e isolamento internazionale; dall’altro, la spinta delle aziende americane a trovare nuovi mercati e nuove applicazioni per l’IA, in un settore in cui la concorrenza interna è sempre più feroce.
La presenza di Helberg è significativa. Palantir non è una società qualunque ma l’emblema di come i dati e l’analisi predittiva possano diventare strumenti di intelligence militare. Con il suo ingresso nell’amministrazione Trump, Israele sa di avere una sponda privilegiata a Washington.
Il fatto che Netanyahu abbia scelto di incontrarlo alla vigilia di un faccia a faccia col presidente americano, dimostra come la strategia tecnologica s’intrecci sempre più spesso con la politica.
Dall’incontro con Trump al futuro delle relazioni tech
Il meeting newyorkese si è svolto poche ore prima della partenza di Netanyahu per Washington, dove lo attendeva Donald Trump. Al centro del colloquio con il presidente statunitense c’è stato il tentativo di arrivare a un cessate il fuoco a Gaza.
Il tempismo la dice lunga. Prima il dialogo con gli investitori tecnologici, poi la diplomazia ufficiale. Due piani diversi, entrambi indispensabili per definire la traiettoria futura di Israele.
Il futuro che si delinea ha due facce. Da un lato, il ritiro di colossi sotto i riflettori dell’opinione pubblica come Microsoft, mette in evidenza i limiti di una strategia basata esclusivamente sui grandi player del cloud.
Dall’altro, prende forma un nuovo asse con Palantir, venture capitalist e startup che, lontani dai riflettori, si muovono con maggiore agilità su terreni meno convenzionali, quelli stessi su cui Israele prova ora a costruire il proprio cammino.
Nel mezzo, troviamo un contesto globale in cui l’intelligenza artificiale è sempre meno solo uno strumento economico e sempre più un fattore di potenza geopolitica.


