Si legge National Conservatism Conference ma si scrive NatCon, ed è la conferenza di riferimento del movimento nazional-conservatore americano.
Il motivo per cui ne scriviamo su TechTalking è che il recente NatCon 5 ha trasformato l’intelligenza artificiale in un nemico ideologico, scagliando anatemi dalle tinte religiose contro i ‘baroni’ di Big Tech: “traditori”, “apostati”, “minacce per la civiltà occidentale”.
Difendere la Silicon Valley è toccato a Shyam Sankar, chief technology officer di Palantir. È stato lui l’unico volto dell’industria tech a tentare di reggere il fortino, mentre l’audience, profondamente ideologizzata, appariva impermeabile a ogni forma di dialogo tecnico.
NatCon 5 contro l’IA
Il sentimento dominante, secondo quanto riportato da The Verge, è stato inequivocabile. L’IA è stata accusata di essere l’antitesi dei “valori conservatori”: troppo globale, troppo secolare, troppo lontana dai silenzi sacri delle tradizioni religiose. Perché, si sostiene, la tecnologia ha eroso la fede, l’autonomia delle famiglie, il tessuto morale della Nazione.
Da un lato, pochi relatori hanno ammesso che l’IA non scomparirà e potrà essere utile se usata saggiamente. Dall’altro, molti hanno evocato scenari apocalittici come il “suicidio della civiltà”. Ossia un futuro in cui la tecnologia, lungi dal servire l’umanità, potrebbe in realtà distruggerla. Nona caso durante l’evento si è più volte evocato il “transumanesimo”.
Il transumanesimo è un progetto culturale che vede la tecnologia come strumento per potenziare l’essere umano, estenderne la vita e superare le condizioni “naturali” come la malattia o l’invecchiamento. In altre parole, una visione che parte dalla scienza per immaginare una nuova fase evolutiva, consapevolmente guidata.
Ma al NatCon questa idea è percepita come una sfida alla fede, un progetto lontano dal disegno divino, incompatibile con la dignità dell’uomo e con i valori tradizionali. “Per definizione, non esiste un conservatore transumanista”, ha dichiarato Rachel Bovard del Conservative Partnership Institute.
La Silicon Valley contro la fede
Shyam Sankar è apparso quasi un outsider in una conferenza che prediligeva metafore religiose e retoriche apocalittiche. E la sua visione dell’IA come “strumento americano” per l’imprenditorialità, non ha incontrato empatia.
Nel frattempo, dal palco si sono levate voci come quelle di Steve Bannon e Michael Toscano, che hanno descritto scenari in cui lo Stato spinge sull’IA per “battere la Cina”, ma al costo di sacrificare “il futuro felice dei nostri figli”.
A loro si è aggiunto il senatore Josh Hawley, di cui proponiamo l’intervento qui sotto per due motivi: da un lato, perché sta costruendo la propria notorietà proprio attraverso attacchi frontali a Big Tech; dall’altro, perché nell’unire argomentazioni tecnologiche a riferimenti religiosi, offre una rappresentazione emblematica dello spirito che ha attraversato l’intera conferenza.
In questo clima, è emerso un ristrettissimo gruppo di ottimisti: riferimenti istituzionali del mondo tech e persone come Dean Ball, hanno tentato di proporre un dialogo tecnico e costruttivo anziché una “guerra religiosa contro la tecnologia”. “Si può discutere di misure concrete, come sistemi per rendere i chatbot più sicuri per i bambini, ma non si può ragionare sull’annientamento della tecnologia”, è stato il senso dell’appello.
Il merito di questo NatCon 5 è stato dunque di rivelare una spaccatura all’interno del partito Repubblicano, evidentemente non tutto appiattito sulla tech-bromance di Trump coi suoi commensali di qualche giorno fa.
E anche di aver mostrato una polarizzazione evidente: da una parte, una destra tech-scettica che vede nella tecnologia una minaccia esistenziale; dall’altra, una che vuole vincere a tutti i costi la corsa con la Cina per l’intelligenza artificiale. A patto, però, di compiere sacrifici sociali al momento impossibili da quantificare.
Il che è un po’ la sfida che dovrà affrontare anche l’Europa. Ossia come accogliere un’agenda tech-progressista capace di competere con USA e Cina, senza perdere la propria identità culturale e civile.


