NASA ha spento il Plasma Science Instrument di Voyager 2, una delle sonde più longeve e iconiche della storia dell’esplorazione spaziale.
L’annuncio segna un nuovo passo verso la fase finale della missione, iniziata nel lontano 1977.
Questa decisione, volta a conservare energia, è necessaria per garantire che la sonda possa continuare a operare il più a lungo possibile, nonostante le risorse energetiche in costante diminuzione.
Voyager 2 si trova attualmente a oltre 20,76 miliardi di chilometri dalla Terra, un record senza precedenti per un oggetto costruito dall’uomo.
Alimentata da tre generatori termoelettrici a radioisotopi, che sfruttano il decadimento del plutonio-238, la sonda ha visto ridurre la sua potenza di circa lo 0,79% all’anno. A quasi mezzo secolo dal lancio, ciò significa che i sistemi della sonda funzionano con solo due terzi della potenza originale.
Il Plasma Science Instrument era stato essenziale per lo studio delle particelle emesse dal Sole e delle interazioni con l’eliosfera, ma da quando nel 2018 la sonda è uscita dall’eliosfera, la sua utilità si era ridotta.
Da allora i dati venivano raccolti solo una volta ogni tre mesi, ossia quando la lenta rotazione di Voyager orientava nuovamente lo strumento verso il Sole.
Ciò ha spinto NASA a spegnere lo strumento per preservare energia per altre funzioni critiche della sonda.
NASA: obiettivo 2030
Nonostante la difficoltà tecnica di questa operazione (il segnale di spegnimento che ha impiegato 19 ore per raggiungere Voyager 2 e altrettante per dare conferma del successo), il team ha considerato questa mossa necessaria per prolungare la missione.
Spegnere strumenti non essenziali a bordo delle Voyager non è comunque una novità: già dopo il completamento delle missioni di esplorazione dei pianeti giganti del sistema solare negli anni ’80, NASA aveva iniziato a disattivare equipaggiamenti non più utili nello spazio interstellare.
La speranza è che, con questa gestione accurata delle risorse, Voyager 2 – insieme alla sua gemella Voyager 1 – possa continuare a inviare dati dallo spazio interstellare almeno fino al 2030.
Il che rappresenterebbe un’impresa straordinaria per delle missioni che, originariamente, erano state progettate per durare pochi anni.


