L’America Party esiste. O almeno, esiste su X. Elon Musk ha annunciato di averlo ufficialmente fondato il giorno dopo la firma della contestata manovra fiscale da parte di Donald Trump. “È nato per restituirvi la libertà”, ha scritto.
Una dichiarazione solenne, che però apre a un interrogativo ancora più grande: può davvero il miliardario trasformare questa creatura in un movimento politico autentico e radicato? Oppure, come già accaduto con altri suoi slanci, si tratta solo di una fiammata, destinata a spegnersi alla prima delusione?
Per capirlo, bisogna guardare da vicino la complessità della sfida. In un sistema elettorale fortemente polarizzato e pensato per scoraggiare la nascita di formazioni terze, Musk dovrà superare regole frammentate, raccolte firme in ogni Stato, vincoli burocratici e una tradizione che da oltre mezzo secolo schiaccia ogni tentativo di scardinare il duopolio.
Né i miliardi né i follower possono garantire successo in un’arena dominata dal pragmatismo, dove anche candidati più navigati si sono infranti contro le barriere istituzionali.
Un piano molto ambizioso
Musk ha dichiarato di voler concentrare le forze già alle prossime elezioni di midterm, puntando su un ristretto numero di seggi chiave per incidere sugli equilibri del Congresso. Ha persino evocato le tattiche del generale greco Epaminonda, maestro della “forza concentrata in un punto preciso del campo di battaglia”.
Una metafora bellica che ben rappresenta la visione strategica di Musk: colpire dove il sistema è più vulnerabile, sfruttando le divisioni interne, magari con candidati terzi in grado di erodere voti repubblicani negli Stati in bilico.
The way we’re going to crack the uniparty system is by using a variant of how Epaminondas shattered the myth of Spartan invincibility at Leuctra:
Extremely concentrated force at a precise location on the battlefield.
— Elon Musk (@elonmusk) July 5, 2025
Ma una strategia elettorale non basta. Il vero punto debole è la coerenza del progetto.
L’America Party si propone come voce di quell’ipotetico 80% di elettori “di centro” che non si riconoscono né nei Democratici né nei Repubblicani. Ma questa maggioranza silenziosa, a ben vedere, non è affatto compatta. E non è detto che si identifichi con Musk, che nell’arco di pochi mesi è riuscito a diventare inviso prima all’elettorato democratico, quindi a quello trumpiano.
Musk parla di tagli alla spesa pubblica, deregulation, difesa della libertà di espressione, politiche pronataliste, supporto alla tecnologia e all’innovazione. Il suo programma, più che un manifesto, somiglia però a una wishlist personale, difficile da incarnare in una base elettorale unitaria e quindi realmente mobilitabile.
Il nodo del debito e la contraddizione dei contratti pubblici
Il casus belli che ha portato Musk a rompere con Trump è l’approvazione della maxi manovra fiscale, da lui bollata come insostenibile. La legge, firmata dal presidente in carica, prevede un aumento del debito pubblico stimato in 3.000 miliardi di dollari.
Si tratta di una cifra che, secondo i sondaggi, è vista con preoccupazione da una larga fetta dell’opinione pubblica. Ed è proprio su questa frattura che Musk ha deciso di fondare la propria battaglia: ridare spazio alla responsabilità fiscale, liberare il paese dalla spesa incontrollata, “salvare” il contribuente.
Ma qui sorge la contraddizione più vistosa. Musk è oggi, con le sue aziende, uno dei principali beneficiari dei contratti pubblici federali. SpaceX, Tesla, Neuralink: tutte realtà cresciute anche grazie ai fondi governativi.
Può davvero un imprenditore che ha costruito il proprio impero anche sulle risorse statali diventare il simbolo di una nuova crociata anti-spesa? La sua credibilità, almeno su questo fronte, appare traballante.
Soldi, candidati e il vero nemico di Musk: la sua pazienza
C’è poi la questione più personale. Musk è un visionario, ma anche un uomo notoriamente impaziente. Riuscirà a tollerare il lento, faticoso e frustrante processo politico?
Raccogliere firme, selezionare candidati, affrontare campagne elettorali locali, accettare le inevitabili sconfitte iniziali: non è come progettare razzi o automobili. È un mestiere che richiedecostanza, radicamento.
Il precedente, peraltro, c’è già stato. Qualche mese fa, Musk ha investito oltre 20 milioni di dollari per sostenere un candidato conservatore nella corsa alla Corte Suprema del Wisconsin. Una sfida che lui stesso aveva presentato come decisiva per il futuro della civiltà occidentale.
Eppure, nonostante la spesa record e il clamore mediatico, a vincere è stata la candidata liberal. Un colpo durissimo. E infatti, subito dopo, Musk aveva annunciato che avrebbe ridotto drasticamente il suo impegno politico. Salvo poi tornare in campo alla prima occasione utile.
Il dubbio dunque resta: è davvero disposto a spendere gli anni a venire per costruire un partito da zero, o tutto questo è solo l’ennesima battaglia personale contro Donald Trump?
Se l’America Party è nato per vendetta e non per convinzione, lo vedremo presto. Ma qualora lo fosse, rischierà di bruciarsi ancora prima di accendere il primo comizio.


