Microsoft ha deciso di disattivare alcuni servizi e abbonamenti del ministero della Difesa israeliano, dopo aver trovato prove che la piattaforma cloud Azure è stata usata per monitorare i cittadini palestinesi.
La misura è stata comunicata formalmente a Tel Aviv e fa seguito a una revisione nata dopo le accuse comparse in un articolo pubblicato il 6 agosto dal Guardian riguardo a un’unità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
Ad annunciarlo è stato lo stesso Brad Smith, presidente di Microsoft, in un post sul blog ufficiale. Il quale ha spiegato che la revisione è stata guidata dai principi di non fornire tecnologie per la sorveglianza di massa dei civili e tutelare la privacy dei clienti senza accedere ai loro contenuti.
“Come ho già detto nelle ultime settimane, Microsoft non è un governo né uno Stato. Siamo un’azienda. Come tutte le aziende, decidiamo quali prodotti e servizi offrire ai nostri clienti”, ha esordito Smith.
Che poi ha così proseguito: “Sebbene la revisione sia ancora in corso, abbiamo trovato prove che supportano alcuni elementi del reportage del Guardian. Queste prove includono informazioni relative all’utilizzo da parte del Ministero della Difesa israeliano (IMOD) della capacità di archiviazione Azure nei Paesi Bassi e all’uso di servizi di intelligenza artificiale”.
“Abbiamo quindi informato IMOD della decisione di Microsoft di cessare e disattivare specifiche sottoscrizioni e i relativi servizi, compreso l’uso di determinati servizi e tecnologie di archiviazione cloud e di IA”, ha quindi concluso.
Dalle rivelazioni del Guardian all’indagine interna
Il caso è esploso ad agosto, quando il Guardian ha pubblicato un’inchiesta che sosteneva che un’unità dell’esercito israeliano stesse usando Azure per archiviare registrazioni di telefonate e sorvegliare la popolazione di Gaza (noi avevamo anticipato l’argomento nell’articolo che trovate qui sopra, ndR).
È stato quello l’innesco della review interna di Microsoft, che ha analizzato documenti, contratti e registri interni, senza mai accedere ai dati del ministero, proprio per rispettare la riservatezza dei clienti.
La verifica ha già confermato alcuni aspetti delle accuse, e per questo Microsoft ha notificato a Israele la cessazione immediata degli abbonamenti coinvolti.
Smith ha voluto ringraziare espressamente il Guardian, che col proprio lavoro investigativo ha contribuito a portare alla luce fonti esterne non accessibili all’azienda.
Il precedente di “No Azure for Apartheid”
Questa vicenda si inserisce in un contesto di tensioni crescenti all’interno di Microsoft. Già nei mesi scorsi, come avevamo riportato, dopo le prime accuse sull’utilizzo di Azure in Israele, era nato il movimento “No Azure for Apartheid”, con centinaia di dipendenti che denunciavano un business basato sulla complicità con violazioni dei diritti umani.
Quelle proteste avevano costretto il colosso di Redmond a reagire, parlando apertamente di una “verifica interna” e irrigidendo le misure di sicurezza nei propri eventi aziendali, arrivando a coinvolgere persino l’FBI per monitorare le manifestazioni pro-Palestina.
La decisione di sospendere parte dei servizi non tocca, ha precisato Smith, i contratti di cybersicurezza che Microsoft fornisce a Israele e ad altri Paesi del Medio Oriente, anche nell’ambito degli Accordi di Abramo. È quindi un intervento mirato, che lascia aperti i canali strategici ma traccia una linea rossa sulla sorveglianza dei civili.
Microsoft: una partita ancora aperta
Per Microsoft la posta in gioco va ben oltre i rapporti con Israele. Si tratta di stabilire fino a che punto un gigante tecnologico globale possa permettersi di essere neutrale quando le proprie piattaforme vengono usate in conflitti militari.
L’inchiesta è ancora in corso e Smith ha promesso ulteriori aggiornamenti, compresi gli insegnamenti che l’azienda intende applicare in futuro. Ma la vicenda segna già un punto di svolta: la pressione combinata di giornalismo investigativo, attivismo interno e opinione pubblica, sta ridefinendo il confine tra etica e business.
Vediamo ora come si comporteranno alcune altre Big Tech, cui sono state rivolte accuse analoghe a quelle di Microsoft.


