Negli ultimi giorni, Instagram e Facebook hanno bloccato e oscurato contenuti legati alla distribuzione di pillole abortive, suscitando polemiche sulla libertà di espressione online e sull’accesso alle informazioni sanitarie.
A denunciare il fatto è il New York Times, secondo il quale i due social media di proprietà di Meta hanno sospeso account di fornitori e reso invisibili dei post, per poi ripristinarli solo in parte dopo pressioni esterne.
La denuncia e la spiegazione di Meta
Aid Access, Women Help Women e Just the Pill, tra i principali fornitori di pillole abortive negli Stati Uniti, affermano che alcuni loro post sono stati rimossi, altri oscurati e i loro profili sospesi o resi inaccessibili tramite la funzione di ricerca.
“Sappiamo in prima persona che questa censura impedisce attivamente a Hey Jane di raggiungere persone che cercano informazioni sanitarie cruciali”, ha affermato Rebecca Davis, responsabile marketing del servizio Hey Jane.
Che, pare giusto ricordarlo, è un servizio di telemedicina che offre pillole abortive e supporto medico a donne che desiderano interrompere una gravidanza.
Meta ha confermato gli episodi, attribuendoli però alla rigida applicazione delle regole contro la vendita di farmaci non certificati sulle sue piattaforme. Un portavoce della società ha parlato di casi di “eccessiva applicazione” delle norme, assicurando che alcune restrizioni sono state rimosse.
I fornitori colpiti contestano però l’approccio della società, sottolineando come queste azioni rappresentino una minaccia per chi cerca informazioni vitali sull’aborto online.
Un contesto di crescente censura per EFF
Secondo Lisa Femia, avvocato della Electronic Frontier Foundation, la rimozione di contenuti relativi alla salute riproduttiva è aumentata drasticamente dopo la sentenza della Corte Suprema che ha ribaltato Roe v. Wade nel 2022.
“C’è stato un aumento massiccio delle piattaforme social che rimuovono contenuti legati all’assistenza sanitaria riproduttiva, in particolare alle pillole abortive. Questo è un problema crescente e una minaccia reale”, ha dichiarato.
Sebbene la Food and Drug Administration permetta ai fornitori di telemedicina di prescrivere e spedire i farmaci abortivi mifepristone e misoprostolo, la questione è complicata dalle leggi statali.
Dodici stati statunitensi hanno infatti bandito l’aborto, mentre altri hanno imposto restrizioni sui farmaci ordinati online. Nonostante ciò, i fornitori in stati dove l’aborto è legale continuano a spedire pillole anche in quelli con divieti, grazie a leggi scudo che li proteggono.
Zuckerberg nel mirino?
L’oscuramento dei contenuti sui farmaci abortivi si inserisce nel più ampio contesto di revisione delle politiche di Meta sulla libertà di espressione.
A inizio mese, Mark Zuckerberg ha annunciato l’eliminazione del fact-checking, suscitando preoccupazioni circa un possibile aumento di contenuti problematici, tra cui disinformazione e discorsi d’odio.
Meta nega che le azioni contro i fornitori di pillole abortive siano collegate al nuovo orientamento aziendale, ma il tempismo degli episodi solleva interrogativi.
Allo stesso tempo, non va dimenticato che il recente (e repentino) spostamento di Zuckerberg verso le sponde repubblicane non è stato certamente gradito dagli organi di informazione, specialmente quelli con una chiara posizione politica democratica. I quali possono dunque cogliere ogni occasione per criticare un’azienda finita ora nel loro libro nero.
Quanto riportato in questa notizia, dunque, potrebbe essere un mix tra il legittimo dibattito sulle pratiche aziendali di Meta, e la tendenza di alcune testate a enfatizzare le criticità per scopi editoriali o ideologici.
Scindere le due componenti in questo caso non è facile, e la sensazione è che in futuro lo sarà ancora meno.


