Marc Andreessen non è soltanto una delle persone più influenti della Silicon Valley: è una delle sue figure chiave. Co-fondatore, insieme a Ben Horowitz, del fondo Andreessen Horowitz, è il venture capitalist più ascoltato, temuto e corteggiato al mondo.
Quando parla, non esprime solo un’opinione personale: in molti casi, dà voce alla parte più potente, e spesso più silenziosa, del mondo tecnologico americano. Ecco perché, in questo caso, ci è stato è impossibile ignorare i toni e i contenuti delle sue recenti dichiarazioni.
L’attacco di Andreessen a Stanford e al MIT
In una chat privata su WhatsApp, condivisa con funzionari dell’amministrazione Trump e altri leader del settore tecnologico, Andreessen ha preso di mira le università statunitensi, accusandole di discriminare sistematicamente gli elettori di Trump.
Nei messaggi, visionati dal Washington Post, l’investitore ha indicato Stanford e il MIT come esempi emblematici di questa deriva ideologica. “Considero Stanford e il MIT principalmente come operazioni di lobbying politico che ostacolano l’innovazione americana a questo punto”, ha scritto lo scorso 3 maggio, in una conversazione dai toni durissimi.
Stanford non è un bersaglio qualsiasi. L’università californiana è l’epicentro dell’ecosistema tecnologico della Silicon Valley. È da lì che sono usciti Google, LinkedIn, Instagram e un numero imprecisato di start-up finite nei portafogli dei fondi di Andreessen Horowitz.
Lo stesso Andreessen, insieme alla moglie Laura Arrillaga-Andreessen, ha donato decine di milioni di dollari all’ateneo, incluso un contributo di 28 milioni a Stanford Hospital nel 2007 e di 2 milioni a Stanford Healthcare nel 2020.
Ma qualcosa evidentemente si è rotto. “Le università sono il Ground Zero del contrattacco”, ha scritto Andreessen, facendo riferimento alla base elettorale di Trump.
Secondo l’investitore, le politiche DEI (diversity, equity and inclusion), unite all’immigrazione, avrebbero avuto un effetto “politicamente letale”: “Quando queste due forme di discriminazione si combinano, come è accaduto negli ultimi 60 anni e in modalità accelerata nell’ultimo decennio, escludono sistematicamente la maggior parte dei figli della base elettorale di Trump da qualsiasi prospettiva realistica di accesso all’istruzione superiore e al mondo aziendale americano”.
Nella chat, Andreessen parla esplicitamente di una strategia di “contrattacco” e invoca per la National Science Foundation la “pena di morte burocratica”. Secondo lui, l’agenzia federale che finanzia la ricerca scientifica nelle università avrebbe sostenuto progetti che hanno portato alla censura online dei cittadini americani. “Raderla al suolo e ricominciare da capo”, ha scritto.
La risposta delle facoltà
Questi messaggi, una volta inviati, sono stati in parte cancellati. Ma erano già stati letti da decine di partecipanti alla chat, inclusi accademici, scienziati dell’IA e funzionari dell’amministrazione Trump.
Alcuni dei presenti hanno riferito che i toni usati da Andreessen, soprattutto sui temi dell’immigrazione e della diversità, erano “estremi” e in netta rottura con il tenore abituale delle discussioni nel gruppo.
Nel suo mirino, scrivevamo, è finito anche il MIT. La portavoce dell’istituto, Kimberly Allen, ha replicato con una nota ufficiale, affermando che “il MIT è basato sul merito e accessibile, orientato all’innovazione e all’imprenditorialità, e impegnato nell’eccellenza, il tutto con una missione di servizio nazionale”.
Stanford, invece, ha scelto di non commentare direttamente le parole di Andreessen, pur elogiando, attraverso la portavoce Dee Mostofi, l’attività filantropica e accademica della moglie, Laura Arrillaga-Andreessen, che in autunno tornerà a insegnare presso la business school dell’università.
Dietro l’attacco di Andreessen, però, non c’è solo un ragionamento politico. C’è anche una frattura personale: sua moglie, ha sostenuto il venture capitalist, sarebbe stata costretta a lasciare la presidenza del centro per la filantropia da lei fondato a Stanford. “L’hanno costretta a lasciare Stanford senza pensarci due volte, una decisione che costerà loro qualcosa come 5 miliardi di dollari in future donazioni”, ha scritto, senza specificare la natura dello scontro.
Dalle critiche agli atenei alle accuse verso l’immigrazione, Andreessen ha tracciato un solco chiaro tra quella parte di Silicon Valley che si sente ancora radicata nel merito, nella libertà d’impresa e nella supremazia tecnologica americana, e un mondo universitario che, a suo dire, si è trasformato in una macchina ideologica.
E la cosa che colpisce maggiormente è che queste parole non arrivano da un commentatore di passaggio ma da chi, coi suoi investimenti, ha contribuito a costruire l’industria tecnologica contemporanea.


