Iniziamo mettendo in chiaro una cosa: il termine “mafia” non lo usiamo noi, lo usano loro. Nella Silicon Valley, infatti, circola un’espressione che sta guadagnando sempre più popolarità: “Palantir Mafia”.
Non si tratta di un soprannome inventato dai detrattori ma di un’etichetta che gli stessi ex dipendenti della società di analisi dati amano darsi per descriversi.
L’espressione è ormai entrata nel linguaggio comune della Silicon Valley, tanto che un panel organizzato lo scorso ottobre dal fondo South Park Commons in collaborazione con Palantir veniva presentato con la partecipazione di “diversi membri della Palantir Mafia”.
La rete si mantiene viva anche online, attraverso gruppi WhatsApp e chat su Signal, una delle quali porta il nome ironico di “Palantir Pals”. E come accaduto anni fa con la “PayPal Mafia”, anche Palantir si sta trasformando in un bacino di talenti imprenditoriali che, lasciata l’azienda, hanno fondato centinaia di startup capaci di attirare finanziamenti miliardari.
Palantir, fondata da Peter Thiel e nota per le sue collaborazioni con l’esercito e le agenzie di intelligence statunitensi, non ha mai avuto l’aura glamour di Google o Meta. Anzi, la sua immagine è spesso stata associata a temi controversi come la stretta anti-immigrazione dell’amministrazione Trump.
Eppure, proprio quell’ambiente duro e orientato al problem solving sembra aver creato un vivaio unico di imprenditori, capaci di lanciarsi nei settori più complessi con determinazione fuori dal comune.
Chi è Peter Thiel
Prima di iniziare, però, è necessario descrivere Peter Thiel, una delle figure più influenti della Silicon Valley. Nato in Germania nel 1967 e cresciuto negli Stati Uniti, è noto soprattutto per essere stato cofondatore di PayPal insieme a Elon Musk e Max Levchin, e successivamente di Palantir Technologies, la società di analisi dati che lavora con governi, eserciti e grandi aziende.
È stato anche il primo grande investitore esterno di Facebook, dove nel 2004 acquistò una quota del 10% per 500.000 dollari, diventando miliardario quando il social network è cresciuto. Con il suo fondo di venture capital Founders Fund ha investito in aziende come SpaceX, Airbnb e Stripe.
Oltre al lato imprenditoriale, Thiel è noto per le sue posizioni politiche libertarie e conservatrici: ha sostenuto Donald Trump durante la campagna presidenziale del 2016 ed è da anni una voce influente nei dibattiti su immigrazione, tecnologia e geopolitica.
Dal deserto alle startup miliardarie
Finita la doverosa digressione, torniamo nel seminato. Scrivevamo sopra di determinazione fuori dal comune e gli ex Palantir a quanto pare non sono persone comuni. Anzi, come racconta al Wall Street Journal Luba Lesiva, ex responsabile delle relazioni con gli investitori, sono abituati a “masticare vetro”.
L’espressione rende bene l’idea di una cultura aziendale dove gli ingegneri venivano spediti nei contesti più improbabili, con pochi strumenti e l’obiettivo di risolvere problemi enormi. Da qui è nata la pratica del “forward-deployed engineering”, ossia programmatori mandati direttamente dai clienti, anche in zone di conflitto, per affrontare sul campo sfide che andavano ben oltre la semplice scrittura di codice.
Un modello che ha lasciato un’impronta duratura. Oggi, gli ex dipendenti di Palantir hanno fondato o guidano oltre 350 aziende tecnologiche, di cui almeno una dozzina già valutate più di un miliardo di dollari.
Venture capitalist come Ross Fubini di XYZ Capital lo avevano previsto già nel 2017: Palantir sarebbe diventata la prossima “founder mafia”. E così è stato.
Storie di successo: da Peregine a Chapter
Tra le storie più emblematiche c’è quella di Nick Noone, che da ingegnere Palantir ha seguito progetti militari in Medio Oriente, per poi fondare Peregrine Technologies.
L’azienda, nata quasi per caso aiutando la polizia di San Pablo a risolvere un caso di omicidio, è oggi valutata 2,5 miliardi di dollari e fornisce piattaforme di data intelligence a enti governativi e forze dell’ordine.
Un percorso simile, ma in un settore diverso, è quello di Cobi Blumenfeld-Gantz. Dopo aver lavorato a progetti militari e di sicurezza nazionale, ha cofondato Chapter, società che sviluppa tecnologie per Medicare e la gestione della pensione.
Al suo fianco c’era Vivek Ramaswamy, imprenditore biotech e candidato governatore dell’Ohio, e tra gli investitori iniziali figura ancora una volta Peter Thiel, che ha fatto parte del consiglio di amministrazione per quasi due anni. Oggi Chapter è valutata circa 1,5 miliardi di dollari.
Un’altra realtà di primo piano (e della quale abbiamo più volte scritto) è Anduril Industries, che sviluppa sistemi software e hardware per la sicurezza nazionale. Fondata da tre ex Palantir, è riuscita a conquistare contratti con il Dipartimento della Difesa e, nell’ultimo round di finanziamento, ha raggiunto una valutazione record di 30,5 miliardi di dollari.
La rete degli alumni Palantir e i legami con la Silicon Valley
La forza della “mafia di Palantir” non risiede soltanto nella formazione comune, ma anche nella rete che si è creata negli anni. Gli alumni, termine con cui negli Stati Uniti si indicano gli ex dipendenti di un’azienda o ex studenti di un’università, mantengono vivo il legame attraverso gruppi WhatsApp e chat su Signal, con scambi di consigli, assunzioni e investimenti.
Emblematico il campeggio di lusso organizzato la scorsa estate a Sonoma da Trae Stephens, oggi investitore del fondo Founders Fund di Thiel e cofondatore di Anduril.
Tra discese sul Russian River e partite di paintball, alumni ed esponenti della Silicon Valley si sono ritrovati a condividere esperienze e prospettive. Tra i presenti figurava anche Ryan Beiermeister, vicepresidente per la public policy di OpenAI, a conferma di quanto la rete degli ex Palantir si intrecci ormai con altri giganti della tecnologia.
Il senso di appartenenza si manifesta anche in episodi più leggeri. Barry McCardel, fondatore di Hex Technologies, racconta di aver ritrovato il suo futuro designer a una festa di Halloween degli alumni a San Francisco: lui travestito da orso grizzly, l’altro da ape. È anche così che nascono collaborazioni destinate a costruire aziende milionarie.
Il rovescio della medaglia
Nonostante il successo, il marchio Palantir resta divisivo. Shreya Murthy, fondatrice della piattaforma di eventi Partiful, è stata criticata sui social per il suo passato in azienda, proprio a causa dei contratti governativi della società.
“Mi sono unita a Palantir quando avevo 23 anni e ho conosciuto persone brillanti che mi hanno insegnato molto. Poi ho scelto di costruire qualcosa di diverso, in linea con i miei valori e passioni”, ha spiegato.
Anche Pratap Ranade, oggi fondatore della startup Arena, riconosce che il legame con Palantir “può comportare delle ombre”, ma non lo rinnega. “Sono orgoglioso del lavoro che ho fatto lì”, dice.
Ed è forse questa ambivalenza la cifra più autentica della “Palantir Mafia”: una comunità di talenti forgiata da un’esperienza difficile e controversa, ma capace di trasformare quella scuola dura in uno dei motori più potenti dell’innovazione tecnologica americana.


