Kimi K3, l’abbiamo scritto, se la gioca quasi alla pari con i modelli di punta di OpenAI e Anthropic. È open-weight, è cinese, ed è stato costruito con hardware americano, fornito da un’azienda cinese.
Moonshot, il laboratorio dietro il chatbot Kimi, ha infatti un accordo con Alibaba per l’uso di circa 20.000 chip Nvidia, una quota consistente della potenza di calcolo su cui girano i suoi modelli.
Il debutto di K3 all’inizio del mese ha destato brividi che sono corsi da Washington a Wall Street, fino alla Silicon Valley. Ci riferiamo a quelli provati l’anno scorso quando la startup cinese DeepSeek dimostrò di poter competere spendendo una frazione di quanto investono i colossi americani.
E il nodo, allora come oggi, resta l’hardware.
Kimi e il buco nella diga
Da anni gli Stati Uniti limitano l’accesso della Cina ai chip Nvidia più avanzati e agli strumenti per fabbricarne di propri. Nel frattempo, le aziende americane hanno riversato centinaia di miliardi di dollari in data center pieni di quegli stessi acceleratori.
Eppure Moonshot ha costruito lo stesso K3. E qui si apre la falla che rende i controlli quasi impotenti: comprare i Blackwell, i chip più potenti sul mercato, è vietato senza autorizzazione, e Trump ha detto esplicitamente di non volere che la Cina metta le mani su quella gamma. Ma noleggiarne la potenza di calcolo, nella maggior parte dei casi, è legale.
Michael Kratsios, che dirige l’ufficio della Casa Bianca per la politica scientifica e tecnologica, la scorsa settimana ha accusato Moonshot di aver acquisito illegalmente proprio i Blackwell, e di averne poi noleggiati altri tramite un soggetto non identificato in Thailandia per addestrare K3.
Una persona a conoscenza degli acquisti di Moonshot ha confermato che un canale verso i Blackwell, che passa per il Sud-est asiatico, esiste davvero. Non ha però chiarito se si tratti di noleggio, legale o di acquisto diretto, che invece viola le regole. Quanti di quei chip siano finiti a Moonshot, il governo americano non lo sa dire.
C’è una seconda accusa, più difficile da provare. Kratsios sostiene, senza portare prove, che Moonshot abbia usato la distillazione per addestrare K3 sfruttando gli output del modello Fable di Anthropic.
È il metodo che permette a un laboratorio con poca potenza di calcolo di recuperare terreno a costi ridotti, e che l’industria americana teme perché trasforma i propri modelli di punta in materia prima per i concorrenti. Per ora l’accusa resta una dichiarazione, senza riscontri pubblici.
La lotta intestina di Moonshot
I 20.000 chip che Moonshot ottiene da Alibaba appartengono invece alla generazione precedente, gli Hopper. Diverse fonti vicine all’azienda parlano anche di H200, i più potenti della famiglia. Alibaba però nega.
“La presunta fornitura di chip H200 a Moonshot da parte nostra è del tutto priva di fondamento”, ha dichiarato un portavoce, senza però smentire i 20.000 chip complessivi né precisare di quali modelli si tratti.
Il cortocircuito è tutto qui. Alibaba è tra i maggiori investitori di Moonshot e pretende che le aziende in cui mette i soldi usino il suo cloud. Ma le due società competono, e ora Kimi, girando sull’infrastruttura di Alibaba, ha superato i modelli Qwen della stessa Alibaba su parametri prestazionali importanti.
All’interno del gruppo, raccontano fonti sulle discussioni interne, il sorpasso è stato accolto con fastidio: stessi strumenti di addestramento, risultati migliori per il rivale che ospiti in casa.
Cosa resta dei controlli
Washington ha aperto qualche licenza per la vendita diretta di H200 alla Cina, una svolta rispetto alla linea precedente. Nei fatti, però, un alto funzionario americano ammette che ne è partito un numero “irrisorio”.
E il motivo non è solo americano: Pechino frena sugli acquisti e spinge le proprie aziende a usare chip nazionali, quelli di Huawei. La collocazione fisica del calcolo che Alibaba fornisce a Moonshot resta ignota, così come il conteggio esatto dei Blackwell in mani cinesi. Chissà come stanno davvero le cose…
Fonte: Bloomberg


