Il viaggio di Jensen Huang in Cina non piace a Washington

da | 13 Lug 2025 | Politica, Tech War

Jensen Huang, ceo di Nvidia.
Tempo di lettura: 3 minuti

Che i big tech americani non siano più solo aziende ma veri e propri attori geopolitici è ormai evidente. L’ultima conferma arriva da Nvidia: il CEO Jensen Huang è atteso in Cina e il Congresso degli Stati Uniti si è affrettato a metterlo in guardia.

Due senatori, uno repubblicano e una democratica, gli hanno scritto una lettera ufficiale chiedendogli di non incontrare aziende sospettate di collaborare con l’esercito o l’intelligence cinese.

Un segnale forte, che mostra quanto la sfida tecnologica tra Washington e Pechino si giochi anche e soprattutto su relazioni, viaggi d’affari e scelte strategiche.

Il CEO Jensen Huang è infatti in procinto di recarsi in Cina e questo ha fatto scattare un allarme bipartisan. Due senatori, il repubblicano Jim Banks e la democratica Elizabeth Warren, gli hanno inviato una lettera ufficiale con un messaggio piuttosto chiaro: attenzione a chi incontri.

Nel mirino ci sono tutte quelle aziende sospettate di collaborare con l’esercito o con i servizi di intelligence cinesi, o che sono già presenti nella lista nera del Dipartimento del Commercio.

“Temiamo che il suo viaggio possa legittimare realtà industriali che lavorano a stretto contatto con l’apparato militare della RPC”, scrivono i due senatori, evocando anche il rischio che possano emergere o essere discusse nuove falle nei controlli all’export statunitensi.

Huang e la doppia partita con la Cina

Da mesi Nvidia gioca su un delicatissimo equilibrio. Da un lato è un simbolo del successo tecnologico americano, leader indiscussa nei chip per l’intelligenza artificiale. Dall’altro, però, continua a muoversi ai confini delle restrizioni imposte da Washington per contenere l’ascesa cinese nel settore.

Lo scorso aprile, infatti, l’amministrazione statunitense ha imposto nuovi limiti all’export di chip avanzati verso la Cina, anche su quelli modificati proprio da Nvidia per aggirare i blocchi precedenti. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Huang, queste restrizioni potrebbero costare all’azienda ben 15 miliardi di dollari in ricavi mancati.

Eppure, Nvidia non sembra intenzionata a rinunciare del tutto al mercato cinese. A maggio, secondo fonti Reuters, avrebbe già messo in cantiere una versione “semplificata” dei suoi chip Blackwell, pensata appositamente per rientrare nei limiti di legge ed essere esportabile in Cina.

Una strategia che non piace affatto al Congresso, dove cresce la pressione per introdurre nuove norme che obblighino le aziende a tracciare esattamente dove finiscono i chip AI venduti all’estero.

Trump, DeepSeek e il paradosso delle regole

A rendere la situazione ancora più complessa c’è la posizione, ormai imprevedibile, del presidente Donald Trump.

Durante un intervento pubblico, Huang ha elogiato la decisione di Trump di cancellare alcune delle precedenti restrizioni sui chip per l’intelligenza artificiale, definendo “fallimentari” le regole di diffusione introdotte prima.

Una mossa questa che ha spiazzato analisti e osservatori, soprattutto perché arriva mentre il Congresso continua a spingere nella direzione opposta.

Nel frattempo, nuovi elementi emergono dal lato cinese. Secondo quanto riportato da Reuters, un alto funzionario USA avrebbe identificato la società DeepSeek come una delle aziende che collaborano con l’esercito e l’intelligence cinese, e che avrebbero tentato di aggirare i controlli sull’export servendosi di società di comodo. Il nome è finito sotto osservazione insieme ad altre entità sospette.

Un centro di ricerca a Shanghai e l’ira del Congresso

Ma il vero punto dolente potrebbe essere un altro: l’apertura da parte di Nvidia di un nuovo centro di ricerca a Shanghai. È questo, secondo Warren e Banks, il segnale più chiaro che l’azienda americana potrebbe, intenzionalmente o meno, contribuire allo sviluppo dell’ecosistema cinese dei chip e dell’intelligenza artificiale.

“Nvidia rischia di rafforzare le capacità tecnologiche della Cina in un settore strategico”, denunciano i due senatori, sottolineando come la collaborazione con aziende della RPC non sia più una questione solo commerciale ma ormai geopolitica.

Il paradosso è evidente: gli Stati Uniti chiedono alle proprie aziende di essere motore di innovazione globale, ma al tempo stesso le chiamano a una responsabilità nazionale sempre più politica.

In mezzo, ci sono manager come Jensen Huang, chiamati a decidere se continuare a spingere le proprie aziende nel mercato globale o a difendere, anche contro i propri interessi, le linee rosse tracciate da Washington.

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