L’elusione fiscale delle grandi aziende tecnologiche è diventata una questione di crescente rilevanza globale negli ultimi anni. Giganti come Google, Amazon, Facebook e Apple, noti collettivamente come GAFA, sono stati ripetutamente accusati di sfruttare lacune nei sistemi fiscali internazionali per ridurre drasticamente il loro carico fiscale.
Queste multinazionali spesso pagano tasse sorprendentemente basse rispetto alle loro entrate. E ci riescono utilizzando strategie complesse come il Double Irish o il Dutch Sandwich, che sfruttano le differenze tra i regimi fiscali di diversi paesi per canalizzare i profitti verso giurisdizioni a bassa tassazione. La natura digitale dei loro servizi complica ulteriormente la situazione, rendendo difficile per le autorità fiscali determinare dove effettivamente si generi il valore.
Ciò ha portato a crescenti tensioni tra queste aziende e i governi di tutto il mondo, che vedono erosa la loro base imponibile. L’OCSE e l’Unione Europea hanno proposto riforme fiscali globali, mentre singoli paesi hanno introdotto nuove leggi mirate a tassare l’economia digitale.
Ed è in questa ottica che va letta la notizia di oggi di Reuters, secondo cui l’Italia ha avanzato una richiesta di 1 miliardo di euro a Google per tasse non pagate e relative sanzioni. Questa azione legale, rivelata da tre fonti anonime vicine alla questione, arriva sette anni dopo un precedente accordo fiscale tra il colosso di Mountain View e le autorità italiane.
Questa volta però l’indagine, iniziata nel dicembre 2022 e che copre il periodo dal 2018 al 2022, si basa su un nuovo approccio: invece di focalizzarsi sulla presenza fisica dell’azienda in Italia, come nel 2017, si concentra sull’infrastruttura digitale che permette a Google di operare e generare ricavi nel paese.
Un portavoce di Google ha dichiarato a Reuters: “Rispettiamo le normative fiscali in tutti i paesi dove operiamo, inclusa l’Italia. Collaboriamo con le autorità”. Non la pensano però così i pubblici ministeri milanesi, secondo cui Google non avrebbe dichiarato e pagato le tasse sui ricavi generati in Italia.
Il caso potrebbe avere implicazioni di vasta portata. Se si raggiungesse un accordo, la stessa strategia investigativa potrebbe essere applicata ad altre multinazionali del web sotto esame a Milano.
La mossa dell’Italia si inserisce in un contesto globale di crescente pressione sui giganti tech, volta a garantire una più equa contribuzione fiscale nei paesi in cui operano. Con l’economia digitale in continua espansione, il caso Google-Italia potrebbe rappresentare un precedente importante per future dispute fiscali nel settore tecnologico.
Tuttavia, si tratta di una sfida complessa, che richiede un delicato equilibrio tra la necessità di un sistema fiscale equo e il mantenimento di un ambiente favorevole all’innovazione e alla crescita economica.


