L’iPhone a 2.300 dollari? Per Reuters è possibile

da | 4 Apr 2025 | Business

Perdonateci se in questi giorni torniamo spesso a parlare delle nuove tariffe imposte da Donald Trump, ma ci troviamo di fronte a un provvedimento senza precedenti nella storia recente, le cui conseguenze sul settore tecnologico rischiano di essere tanto profonde quanto difficili da prevedere.

E, come scrivevamo, tra tutte le aziende coinvolte, Apple sembra essere quella più esposta.

Ieri abbiamo pubblicato un approfondimento per spiegare perché proprio la casa di Cupertino potrebbe rivelarsi la più colpita dalle scelte dell’attuale amministrazione americana.

Oggi, grazie alle prime stime diffuse da Reuters, iniziamo a comprendere meglio la portata del problema: le nuove tariffe sulle importazioni dalla Cina potrebbero trasformarsi in un vero e proprio salasso per Apple e per milioni di consumatori in tutto il mondo.

Secondo le stime degli analisti, infatti, il rincaro potrebbe arrivare fino al 43%, facendo schizzare il prezzo del modello di punta iPhone 16 Pro Max da 1.599 a quasi 2.300 dollari. Anche il modello base, l’iPhone 16, potrebbe passare da 799 a 1.142 dollari.

Ma a sorprendere è anche il destino del modello economico iPhone 16e, pensato per rendere più accessibili le funzioni di intelligenza artificiale: oggi costa 599 dollari, ma potrebbe superare gli 850.

iPhone: Apple davanti a un bivio

Il nodo centrale per Apple è la scelta se assorbire l’aumento dei costi o trasferirlo direttamente sui consumatori. E le prospettive non sono rosee: la maggior parte degli iPhone è ancora prodotta in Cina, colpita da un dazio del 54%.

Ma anche il Vietnam e l’India — dove Apple ha spostato parte della produzione — non sono sfuggiti alla stretta, con tariffe rispettivamente del 46% e del 26%. Per compensare l’impatto, secondo Counterpoint Research, Apple dovrebbe alzare in media i prezzi del 30%.

La reazione di Wall Street è stata immediata e il titolo Apple ieri ha perso il 9,3% in una sola giornata, la peggiore performance dal marzo 2020. E la tensione è palpabile.

“Tutta questa faccenda dei dazi contro la Cina si sta sviluppando in modo completamente opposto rispetto alle nostre previsioni, secondo cui un’icona americana come Apple sarebbe stata trattata con i guanti bianchi, come la scorsa volta,” ha commentato Barton Crockett, analista di Rosenblatt Securities.

Peraltro, la domanda di iPhone è già rallentata di suo nei principali mercati — Stati Uniti, Cina ed Europa — proprio mentre Apple cerca di spingere sulle nuove funzionalità di intelligenza artificiale.

“Ci aspettiamo che Apple rinvii qualsiasi aumento significativo dei prezzi almeno fino all’autunno, quando lancerà l’iPhone 17,” ha dichiarato Angelo Zino, analista di CFRA Research.

Da Trump un vantaggio per Samsung?

La prospettiva di un iPhone da 2.300 dollari potrebbe spingere i consumatori a guardare altrove. E a beneficiarne potrebbe essere Samsung, che produce in Corea del Sud, nazione soggetta a tariffe più contenute e quindi potenzialmente più competitiva sul mercato statunitense.

Trump in passato aveva già usato le tariffe nel suo primo mandato per spingere le aziende a riportare la produzione negli Stati Uniti o in paesi più vicini, come il Messico. Ma allora Apple aveva ottenuto esenzioni. Questa volta, almeno per ora, nessuna deroga è stata concessa.

“È difficile immaginare Trump che affonda un’icona americana… ma la situazione è davvero dura”, ha concluso Crockett.

Secondo i calcoli di Rosenblatt, il danno per Apple potrebbe arrivare fino a 40 miliardi di dollari. E il conto, ancora una volta, potrebbe pagarlo chi compra.

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