Intel ha confermato un taglio drastico della forza lavoro, che passerà da 108.900 a 75.000 dipendenti entro fine 2025. Il ridimensionamento, pari a oltre 25.000 posti, rappresenta la più grande ristrutturazione dell’azienda da decenni.
E se si sommano i tagli di quest’anno a quelli del 2023, emerge che Intel ha già ridotto il personale di circa 30.000 unità in soli due anni. L’ondata di licenziamenti si è concentrata soprattutto nel middle management, secondo quanto dichiarato dalla società.
I risultati finanziari appena pubblicati insieme all’annuncio spiegano il contesto: nel secondo trimestre, Intel ha registrato una perdita netta di 2,9 miliardi di dollari, allungando a sei trimestri consecutivi la scia di risultati in rosso. È la peggior striscia negativa degli ultimi 35 anni.
Eppure, i ricavi si sono mantenuti stabili a 12,9 miliardi: meglio delle previsioni degli analisti, e per il trimestre in corso l’azienda stima una forchetta tra 12,6 e 13,6 miliardi di dollari, con una media attesa di 13,1.
Investimenti sbagliati, impianti vuoti
Nella lettera interna firmata dal nuovo CEO Lip-Bu Tan, emerge un messaggio netto: “Negli ultimi anni, l’azienda ha investito troppo, troppo presto, senza una domanda adeguata”.
Il riferimento è diretto alla strategia industriale voluta dal suo predecessore, Pat Gelsinger, che aveva puntato tutto sulla trasformazione di Intel in una fonderia globale sul modello TSMC.
L’idea era quella di produrre chip non solo per uso interno ma anche per conto di terze parti, ampliando la capacità produttiva con nuovi impianti finanziati anche grazie agli incentivi del Chips Act firmato da Joe Biden nel 2022. Ma quei progetti sono partiti senza impegni vincolanti da parte dei clienti, lasciando molte fabbriche sottoutilizzate.
“La nostra rete di stabilimenti è diventata inutilmente frammentata e sottoutilizzata”, ha scritto Tan. “Dobbiamo correggere la rotta”. E così Intel ha cancellato i nuovi siti previsti in Germania e Polonia e rallentato di nuovo la costruzione della fabbrica da 28 miliardi di dollari in Ohio, che non sarà completata prima del 2030.
Anche le operazioni globali vengono accorpate: il centro di Costa Rica verrà ridimensionato e parte delle attività trasferite in impianti più grandi in Vietnam e Malesia, anche se l’azienda non ha chiarito quante posizioni verranno effettivamente eliminate in quelle sedi.
Intel, il ritardo sull’IA e l’ombra dei dazi
Intel sta cercando una nuova identità industriale in un mercato dominato da Nvidia, AMD e TSMC.
L’amministratore delegato Lip-Bu Tan, salito al vertice a marzo dopo un lungo passato da investitore e board member, ha promesso maggiore disciplina finanziaria e un focus sull’efficienza interna. “Stiamo prendendo decisioni difficili ma necessarie per snellire l’organizzazione, aumentare l’efficienza e rafforzare la responsabilità a tutti i livelli aziendali”, ha scritto ai dipendenti.
Il piano industriale prevede la progressiva introduzione delle tecnologie 18A e, più avanti, 14A: due nuovi processi produttivi con cui Intel spera di tornare competitiva anche come fornitore di chip per terze parti. Ma mentre Nvidia guida il mercato dell’hardware per l’intelligenza artificiale, Intel resta ancora ai margini di un settore che ha alimentato la recente corsa ai semiconduttori.
L’azienda prevede di lanciare a breve i processori Panther Lake, i primi basati su 18A, e nel frattempo prova a convincere i grandi progettisti di chip a credere nella futura 14A.
Un’ulteriore complicazione arriva dalla politica commerciale americana. Il CFO David Zinsner ha dichiarato che parte della recente domanda di chip per PC deriva dalla corsa all’acquisto di aziende che vogliono anticipare gli effetti dei dazi sulle importazioni, voluti dal presidente Trump. Un segnale che la ripresa potrebbe non essere strutturale ma legata a fattori contingenti.
E se da un lato l’azienda ha promesso maggiore rigore (“non ci sono più assegni in bianco”, ha scritto Tan), dall’altro il mercato resta scettico. Il titolo è calato nel dopo mercato e la roadmap sull’IA, come ha ammesso lo stesso Zinsner, “è ancora in fase di definizione”.


