Un anno fa, Intel era il caso da manuale di un’azienda che aveva mancato la rivoluzione tecnologica più importante del decennio.
Nvidia dominava il mercato dei chip per l’IA con le sue GPU. TSMC produceva i semiconduttori più avanzati del mondo. Intel, invece, arrangiava: il suo business manifatturiero perdeva terreno, i clienti guardavano altrove, e il titolo rifletteva tutto questo. Poi qualcosa è cambiato.
Nel trimestre di marzo 2025, Intel ha registrato ricavi per 13,6 miliardi di dollari, in crescita del 7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e superiori dell’11% alle attese degli analisti.
Dopo la pubblicazione dei conti, le azioni sono salite fino al 20% nelle contrattazioni after-hours. Da agosto scorso, da quando cioè l’amministrazione Trump ha annunciato una quota del 10% nella società, il titolo ha quasi triplicato il suo valore, arrivando a 66,78 dollari. Nessun miracolo, sia chiaro. Piuttosto, è cambiato il contesto.
Le CPU sono tornate (e c’entrano gli agenti IA)
Per capire la rimonta di Intel bisogna capire cosa sta succedendo nell’IA. Fino a poco tempo fa, la corsa era tutta sui modelli: addestrare sistemi sempre più grandi richiedeva GPU potentissime, e Nvidia era l’unica a fornirle in quantità e qualità. Intel, specializzata nelle CPU, ossia i processori più tradizionali e meno adatti a quel tipo di calcolo, era rimasta fuori dalla festa.
Ma dopo l’addestramento viene l’inferenza, cioè l’uso dei modelli nel mondo reale, e dopo l’inferenza arrivano gli agenti. Che come ormai sappiamo, sono sistemi autonomi che eseguono compiti complessi, prendono decisioni, interagiscono con altri software.
Questo tipo di elaborazione distribuita e continua richiede molta più potenza da parte delle CPU. “La prossima ondata dell’IA porterà l’intelligenza più vicino all’utente finale, passando dai modelli fondazionali all’inferenza fino all’agentico”, ha dichiarato Lip-Bu Tan, amministratore delegato di Intel. “Questo cambiamento sta aumentando considerevolmente la domanda per le nostre CPU”.
I numeri lo confermano. Il segmento data center, che vende CPU per i server che fanno girare modelli e agenti IA, ha generato 5,1 miliardi di dollari nel trimestre, contro i 4,5 miliardi attesi dagli analisti.
La domanda è spinta da un’ondata di aziende che stanno sostituendo server obsoleti con hardware nuovo, dimensionato per l’era agentica. Tan ha aggiunto che il rapporto tra CPU e GPU necessario oggi è di uno a quattro: era uno a otto fino a qualche anno fa.
La perdita di Intel che non è una perdita
I conti, però, non sono del tutto in ordine. Intel ha chiuso il trimestre con una perdita netta di 3,7 miliardi di dollari, molto lontana dall’utile di 2,5 milioni che gli analisti si aspettavano. Il mercato, però, ha scelto di ignorarlo. Perché?
Perché quella perdita è quasi interamente il risultato di due voci straordinarie. La prima riguarda Mobileye, la società di guida autonoma in cui Intel detiene il 78%: Mobileye ha annunciato una svalutazione da 3,8 miliardi che si è trascinata nei conti della capogruppo. La seconda è legata a pagamenti su derivati connessi alla partecipazione governativa.
Depurando il bilancio da queste voci, Intel ha guadagnato 1,5 miliardi nel trimestre, contro un pareggio atteso. Le previsioni per il secondo trimestre parlano di ricavi tra 13,8 e 14,8 miliardi, oltre i 13 miliardi stimati dal consenso.
La carenza di chip di memoria pesa invece sulle vendite di processori per PC, storicamente il cuore del business di Intel, che resteranno frenate per il resto dell’anno a causa dei prezzi più alti su laptop e dispositivi consumer. È un problema reale ma il management conta sulla domanda dei data center per compensarlo.
Terafab e la scommessa Musk
L’annuncio più eclatante degli ultimi mesi è quello di Terafab, il progetto di Elon Musk per costruire un grande stabilimento produttivo di chip ad Austin, in Texas. Intel entrerà come partner strategico, mettendo a disposizione risorse per progettare, produrre e assemblare semiconduttori.
I dettagli restano vaghi. “Lip-Bu ed Elon stanno ancora definendo esattamente in cosa consisterà il rapporto commerciale”, ha ammesso David Zinsner, direttore finanziario di Intel. Eppure il tono è entusiasta: “Elon guarda un processo, capisce cosa non funziona e lo sistema. Applicare questo approccio alla produzione di chip è davvero stimolante per noi.”
Tan ha aggiunto che le aziende di Musk rappresentano nuovi clienti “entusiasmanti” e che la collaborazione potrebbe aiutare a rendere i fab — gli stabilimenti produttivi — più efficienti dal punto di vista economico.
È qui che si innesta l’altro asse della ripresa di Intel: l’advanced packaging. Si tratta di tecnologie che permettono di integrare più chip distinti in un unico sistema, connettendoli in modo da moltiplicarne le prestazioni. Non è la produzione dei chip più piccoli e avanzati, terreno su cui TSMC resta imbattibile ma è un mercato in forte crescita, dove Intel ha competenze solide e sta recuperando terreno. È questa componente a trainare oggi buona parte dei ricavi del suo segmento manifatturiero.
Fonte: The Wall Street Journal


