C’è una nuova bolla speculativa che si sta gonfiando sotto gli occhi di Wall Street, solo che questa volta non sta nascendo nel cuore della Silicon Valley. È la bolla dell’intelligenza artificiale applicata all’energia, dove aziende che non producono ancora un solo watt valgono miliardi di dollari.
Mentre l’attenzione resta puntata sui colossi tech e sui loro modelli fondazionali, i capitali più audaci stanno infatti convergendo su startup che promettono di alimentare il futuro dell’IA con tecnologie ancora sulla carta.
Dietro questa corsa all’oro c’è un’equazione semplice: più intelligenza artificiale significa più data center, e più data center significano un fabbisogno energetico crescente. È su questa aspettativa, ossia che le big tech finiranno per pagare qualsiasi prezzo pur di non restare al buio, che nasce la nuova speculazione dell’energia digitale.
Oklo, la startup di Sam Altman
La protagonista assoluta di questa corsa è Oklo, la società nucleare sostenuta da Sam Altman, CEO di OpenAI.
Le sue azioni sono aumentate di otto volte dall’inizio dell’anno, portando la capitalizzazione a circa 26 miliardi di dollari. Un dato che, preso da solo, racconta l’assurdo: Oklo è oggi la più grande azienda statunitense quotata a non aver generato un solo dollaro di ricavi negli ultimi dodici mesi.
L’azienda sviluppa piccoli reattori nucleari modulari basati su un sistema di raffreddamento al sodio liquido e su un combustibile a uranio arricchito difficile da reperire. Non ha ancora una licenza della Nuclear Regulatory Commission, né contratti vincolanti con acquirenti di energia. Gli analisti non si aspettano ricavi consistenti prima del 2028.
Eppure il solo fatto che dietro ci sia Altman, il volto più riconoscibile del boom dell’intelligenza artificiale, basta a far sognare gli investitori. Curiosamente, lo stesso Altman pochi mesi fa ha paragonato l’attuale corsa all’intelligenza artificiale alla bolla delle dot-com degli anni ’90.
Fermi e la corsa da 19 miliardi verso un’energia che non c’è
Sulla scia di Oklo si sta muovendo Fermi, valutata circa 19 miliardi di dollari al momento del debutto in Borsa.
È sostenuta dall’ex segretario all’Energia Rick Perry e guidata da Toby Neugebauer, ex CEO della sfortunata banca “anti-woke” GloriFi. Il suo piano è ambizioso: costruire 11 gigawatt di capacità per alimentare i data center, pari all’intero fabbisogno energetico del New Mexico.
In pratica, Fermi punta a fornire energia all’infrastruttura fisica del cloud che renderà possibile l’IA di domani, utilizzando una combinazione di gas naturale, nucleare, solare e batterie.
Ma oggi dispone solo di apparecchiature sufficienti a coprire il 5% del proprio obiettivo e nessun contratto vincolante con i clienti. Ciononostante, la società ha una capitalizzazione superiore a 17 miliardi di dollari, non molto distante da Talen Energy, azienda che però già possiede centrali operative da 11 gigawatt.
Numeri da bolla, moltiplicatori da fantascienza
Il fenomeno non si ferma a queste due aziende. Anche le startup che lavorano su reattori “micro-modulari”, come Nano Nuclear Energy e Terra Innovatum, hanno raggiunto valutazioni miliardarie pur non avendo ricavi.
Nel frattempo, aziende che un minimo di business ce l’hanno già, come NuScale Power o Plug Power, hanno registrato rally spettacolari in Borsa: +155% la prima, +90% la seconda. Ma, secondo le stime di FactSet, nessuna delle due dovrebbe generare utili prima del 2030.
Poi ci sono i casi che meglio illustrano la febbre speculativa. Bloom Energy, società che produce celle a combustibile, è arrivata a essere scambiata a 133 volte gli utili futuri dopo un incremento del 400% dall’inizio dell’anno.
E ha aggiunto 5,4 miliardi di dollari alla sua capitalizzazione in una sola giornata, dopo che Brookfield Asset Management ha annunciato un investimento fino a 5 miliardi per adottarne la tecnologia. Anche Centrus Energy, attiva nei combustibili nucleari, viaggia su moltiplicatori da capogiro: 99 volte gli utili previsti.
È il paradosso di un mercato in cui i titoli che generano davvero profitti sono ormai così cari da spingere gli investitori verso aziende che non hanno ancora prodotto nulla ma promettono il mondo.
La febbre dell’IA arriva all’energia
In un certo senso, questa nuova corsa riflette la stessa dinamica vista nella bolla delle dot-com. Allora bastava aggiungere “.com” al nome di un’azienda per moltiplicarne il valore; oggi basta pronunciare “IA” o “data center”.
Le startup energetiche si presentano come il carburante del futuro digitale, ma molte di loro assomigliano più a sogni speculativi che a imprese industriali.
Il paragone con i produttori di veicoli elettrici a zero ricavi, come Nikola, Fisker o Lordstown, diventa allora inevitabile. Anche in quei casi parliamo di aziende esplose in Borsa e poi implose nel giro di pochi anni. Se la bolla dell’intelligenza artificiale dovesse sgonfiarsi, le società energetiche senza ricavi sarebbero le prime a crollare, senza un reale cuscinetto a proteggerle.
L’ironia è che l’IA, per crescere, ha davvero bisogno di nuova energia. Ma se questa energia diventa a sua volta oggetto di una bolla, il rischio è che l’intera filiera, dai chip ai reattori, dai data center ai fondi d’investimento, finisca per alimentarsi di promesse, non di elettroni.


