L’utilizzo quotidiano dell’intelligenza artificiale è ormai una realtà consolidata.
Studenti che utilizzano ChatGPT per scrivere tesine, impiegati che si affidano all’AI per organizzare calendari e redigere report, genitori che creano storie personalizzate per i propri bambini.
Ma cosa succede realmente nel nostro cervello quando usiamo costantemente questi strumenti?
La ricerca sul rapporto tra AI e capacità cognitive
Mentre la nostra dipendenza dalla sintesi rapida di vaste quantità di informazioni aumenta, gli scienziati stanno cercando di comprendere come l’uso frequente dei Large Language Model (LLM) influenzi il nostro cervello.
Stanno anche studiando l’impatto che l’IA ha sull’economia.
Le preoccupazioni principali riguardano il possibile indebolimento delle capacità cognitive e la riduzione della diversità delle nostre idee.
Diversi studi pubblicati quest’anno offrono spunti di riflessione interessanti, anche se i ricercatori sottolineano che non esistono ancora conclusioni definitive sui possibili effetti dannosi dell’IA sul cervello umano.
Il Washington Post cita uno studio del MIT, che ha condotto un’indagine utilizzando l’elettroencefalografia (EEG) su 54 studenti universitari mentre scrivevano saggi in stile SAT utilizzando ChatGPT, confrontandoli con altri che usavano Google o nessun supporto tecnologico.
I risultati hanno mostrato che gli utilizzatori di ChatGPT presentavano il minor coinvolgimento cerebrale e performance inferiori a livello neurale, linguistico e comportamentale.
I saggi prodotti risultavano simili tra loro e privi di elementi personali distintivi.
Uno studio della Wharton School ha coinvolto quasi 1.000 studenti delle scuole superiori turche, dimostrando che l’accesso a un tutor in stile ChatGPT migliorava significativamente le performance nella risoluzione di problemi matematici.
Tuttavia, quando il programma veniva rimosso, gli studenti avevano prestazioni peggio rispetto a chi non aveva mai utilizzato l’AI.
Una ricerca nel Regno Unito condotta su oltre 600 persone ha rilevato una correlazione negativa significativa tra l’uso frequente di strumenti IA e le capacità di pensiero critico, particolarmente tra i giovani utenti che tendevano a utilizzare questi programmi come sostituti piuttosto che come supplementi per le attività quotidiane.
Il fenomeno del “cognitive off-loading”
Gli esperti identificano questo processo come “scaricamento cognitivo”, dove utilizziamo azioni fisiche per ridurre le richieste sul nostro cervello.
Tuttavia, mentre in passato scaricavamo dati semplici (come i numeri di telefono che una volta memorizzavamo), ora tendiamo a scaricare il processo stesso del pensiero critico.
Michael Gerlich, professore presso la SBS Swiss Business School di Zurigo, spiega: “È un modello linguistico di grandi dimensioni. Pensi che sia più intelligente di te e lo adotti come tale.”
Nonostante le preoccupazioni, molti esperti suggeriscono che l’AI, se utilizzata correttamente, potrebbe aumentare piuttosto che sostituire il pensiero critico.
Come sottolinea Sam J. Gilbert, professore di neuroscienze cognitive presso l’University College London:, infatti, “non molto tempo fa eravamo tutti preoccupati che Google ci rendesse stupidi, ma ora che è parte della nostra vita quotidiana, non ci sembra più così spaventoso. ChatGPT è il nuovo bersaglio di alcune di queste preoccupazioni.”
La ricerca, oltretutto, sta esplorando modi per creare programmi IA che stimolino la creatività anziché produrre output finiti ma uniformi.
La sfida futura sarà quindi quella di trovare il giusto equilibrio tra l’utilizzo dei benefici dell’intelligenza artificiale e la preservazione delle nostre capacità cognitive naturali, trasformando l’IA in uno strumento che amplifica anziché sostituire il pensiero umano.


