IA e copyright: gli USA fissano i limiti della creatività digitale

da | 31 Gen 2025 | IA, Legal

Tempo di lettura: 3 minuti

L’U.S. Copyright Office ha stabilito che le opere realizzate col supporto dell’intelligenza artificiale possono essere tutelate dal diritto d’autore, mentre quelle create interamente dall’IA non godranno della stessa protezione.

Secondo il rapporto dell’agenzia statunitense, la chiave dell’applicazione del copyright resta la creatività umana: se un artista utilizza l’IA come strumento, l’opera è proteggibile; se, invece, si limita a chiedere all’intelligenza artificiale di generare un contenuto, questo non può essere rivendicato.

“Laddove questa creatività si esprima attraverso l’uso di sistemi di IA, continuerà a godere di protezione”, ha dichiarato Shira Perlmutter, direttrice dell’U.S. Copyright Office.

Il documento di 41 pagine, pubblicato mercoledì, chiarisce inoltre che non è necessario aggiornare le leggi esistenti per includere l’IA nel sistema di copyright.

Questo principio ha ricevuto il plauso di diversi creatori, che temevano di perdere i propri diritti solo per aver utilizzato strumenti di intelligenza artificiale nei loro processi creativi.

La ‘trilogia’ normativa e il sostegno di Hollywood

Il documento è il secondo di una trilogia che l’U.S. Copyright Office ha dedicato all’intelligenza artificiale e al diritto d’autore.

Il primo, rilasciato a luglio 2024, ha messo in luce la necessità di nuove leggi per proteggere le persone dall’utilizzo non autorizzato della loro immagine e della loro voce da parte dell’IA, spingendo diversi stati americani a introdurre iniziative legislative.

Il terzo e ultimo rapporto, atteso nei prossimi mesi, potrebbe essere il più controverso, in quanto affronterà il tema dell’addestramento dei modelli IA su materiale protetto da copyright, una pratica che ha già portato a numerose cause legali contro aziende come OpenAI.

Tra coloro che hanno accolto positivamente la posizione dell’U.S. Copyright Office c’è John Gaeta, celebre per aver creato il celebre effetto “bullet time” in Matrix e oggi alla guida di Escape.ai, una piattaforma dedicata ai creatori che usano IA generativa e altre tecnologie emergenti.

“Una persona che usa una fotocamera… sì, è una macchina, ma sta puntando l’obiettivo in un punto preciso. È la prospettiva umana a guidare tutto”, ha dichiarato Gaeta, sottolineando come l’IA possa essere uno strumento al servizio della creatività, proprio come una macchina fotografica o un software di editing.

Il confine nebuloso della creatività digitale

Sebbene formalmente l’U.S. Copyright Office abbia introdotto un principio di base apparentemente chiaro (il contributo umano è essenziale per la protezione del diritto d’autore), applicarlo nella pratica sarà tutt’altra storia.

A un’analisi più approfondita, infatti, non possiamo che osservare l’impossibilità di stabilire un confine chiaro tra opera “creata con l’IA” e opera “creata dall’IA”.

Pensiamo a un artista che usi Midjourney o DALL·E: se inserisce una serie di prompt, modifica l’immagine generata e la combina con altri elementi originali, il suo lavoro potrebbe essere considerato abbastanza creativo da meritare protezione. Ma qual è la soglia? Quanto intervento umano serve perché l’opera sia considerata “sua” e non della macchina? Basteranno poche regolazioni con Photoshop? O servirà una rielaborazione più profonda?

Il problema si complica ancora di più con la scrittura. Il lavoro di un romanziere che usi ChatGPT per generare idee o riformulare frasi, in quale categoria rientra per l’U.S. Copyright Office? E se invece affidasse all’IA la stesura dell’intero libro e poi lo modificasse in minima parte, avrebbe comunque diritto alla paternità dell’opera?

A complicare il quadro c’è il fatto che, a livello tecnologico, non esistono strumenti infallibili per verificare quanto un’opera sia frutto dell’intelligenza artificiale e quanto dell’ingegno umano. L’U.S. Copyright Office può stabilire linee guida, ma senza un metodo oggettivo di misurazione, tutto si riduce a valutazioni caso per caso, spesso basate su dichiarazioni degli autori stessi.

La sensazione, insomma, è che i tribunali si ritroveranno sommersi da cause in cui si discuterà se un’opera abbia un sufficiente grado di intervento umano per essere protetta. E l’introduzione di un sistema di certificazione della “creatività umana”, magari tramite blockchain o altre tecnologie, per dimostrare chi ha fatto cosa, non ci pare realistico.

Il rapporto del Copyright Office traccia dunque una direzione, ma la sua applicazione concreta ci appare nebulosa. È una discussione che non si chiuderà presto e abbiamo la sensazione che sarà il punto di partenza per un dibattito destinato a durare ancora a lungo.

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