Huawei ha visto i propri utili netti crollare del 32% nel primo semestre dell’anno, scendendo a 37,2 miliardi di yuan, pari a circa 4,8 miliardi di euro, nonostante sia tornata al primo posto nel mercato degli smartphone in Cina.
Un dato che a prima vista può sembrare contraddittorio ma che trova spiegazione nell’aumento delle spese per ricerca e sviluppo: 97 miliardi di yuan (circa 12,6 miliardi di euro), pari al 23% dei ricavi complessivi, in crescita del 9% rispetto allo scorso anno.
La scelta di privilegiare gli investimenti di lungo periodo pesa oggi sui margini ma racconta la traiettoria di un’azienda che vuole emanciparsi dalle sanzioni statunitensi e giocare la sua partita nel futuro dell’intelligenza artificiale.
Cala il mercato smartphone rallenta (e la fiducia dei consumatori)
Il ritorno di Huawei in cima al mercato domestico degli smartphone, con 12,5 milioni di unità spedite e una quota del 18% tra aprile e giugno, si è scontrato con un contesto sfavorevole.
Rispetto allo stesso periodo del 2023, le consegne sono scese del 3,4%, mentre l’intero mercato cinese ha registrato un calo del 4% a 69 milioni di unità, interrompendo una fase di sei trimestri consecutivi di crescita.
Secondo IDC, la contrazione è legata alle interruzioni nel programma di sussidi governativi, alla debolezza dell’economia cinese e alla sfiducia dei consumatori. «Un significativo rilancio della domanda nel breve termine è improbabile», ha commentato l’analista Arthur Guo.
La corsa all’indipendenza dagli USA
Se il fronte smartphone è sotto pressione, è pur vero che la strategia di Huawei guarda sempre più all’intelligenza artificiale e al cloud. Tant’è che Tao Jingwen, presidente della divisione qualità e IT, ha rivendicato che l’azienda ha già «costruito un ecosistema completamente indipendente dagli Stati Uniti».
In questi anni la società ha sviluppato il sistema operativo HarmonyOS, i modelli IA Pangu e i processori Ascend, elementi che compongono un’infrastruttura proprietaria con cui contrastare le restrizioni imposte da Washington.
Il simbolo più evidente di questa ambizione è CloudMatrix 384, piattaforma lanciata ad aprile e presentata come la più grande per l’addestramento di intelligenze artificiali in Cina.
Si tratta di un cluster da 384 processori Ascend distribuiti in 16 armadi, con una potenza di calcolo di 300 petaflop e 48 terabyte di memoria ad alta velocità: specifiche che Huawei paragona direttamente al sistema NVL72 di Nvidia, oggi lo standard del settore.
Il supernodo è stato installato nei data center delle province di Anhui, Mongolia Interna e Guizhou, e integra non solo i modelli Pangu ma anche quelli di DeepSeek, Qwen di Alibaba Cloud e Kimi di Moonshot AI.
Oltre gli utili, la sfida di Huawei per il futuro
Accanto a CloudMatrix, Huawei ha annunciato anche xDeepServe, una piattaforma per i large language model basata su architettura Transformerless, nuovi prodotti di memoria per il calcolo IA e l’apertura del suo toolkit CANN in alternativa al CUDA di Nvidia. Tutto questo avviene mentre l’azienda avvia una ristrutturazione della controllata cloud, a conferma della centralità del settore.
Insomma, il calo degli utili racconta la fase di transizione di Huawei: i conti soffrono ma la posta in gioco è costruire un’architettura tecnologica autonoma, capace di reggere alla pressione geopolitica e di aprire una nuova stagione di crescita nell’era dell’intelligenza artificiale.


