Sam Altman non scommette solo sui modelli di intelligenza artificiale. Scommette anche sull’energia che potrebbe servire per farli funzionare. Helion, la startup della fusione nucleare sostenuta dal fondatore di OpenAI, ha annunciato un nuovo round da 465 milioni di dollari. L’operazione valuta l’azienda 15,5 miliardi di dollari e arriva in un momento molto delicato: Helion sta cercando di completare Orion, la sua prima centrale elettrica.
La promessa è enorme. Se l’azienda riuscirà a rispettare i termini dell’accordo firmato con Microsoft, l’impianto potrebbe immettere energia da fusione nella rete già nel 2028. È una scadenza aggressiva, molto più ravvicinata rispetto ai tempi indicati da gran parte del settore, che in molti casi guarda alla metà del prossimo decennio per i primi impianti commerciali.
Il nuovo finanziamento è stato guidato da Thrive Capital. Helion aveva già raccolto 425 milioni di dollari nel gennaio 2025 e ora dichiara di aver raggiunto complessivamente 1,5 miliardi di dollari di capitale raccolto. Ma il punto è industriale prima che finanziario: una startup della fusione, sostenuta da uno dei nomi simbolo dell’IA, sta correndo per fornire energia a Microsoft.
La centrale che Microsoft aspetta
La storia è interessante perché mette insieme due piani che ormai sono difficili da separare: intelligenza artificiale ed energia. I grandi modelli richiedono data center sempre più potenti, e i data center richiedono enormi quantità di elettricità stabile, continua e prevedibile.
Microsoft è uno dei gruppi più esposti a questa trasformazione. Ha investito nell’IA, ha costruito una parte rilevante della propria strategia cloud intorno a questa tecnologia e ha bisogno di infrastrutture capaci di reggere una domanda energetica crescente. Per questo una fonte come la fusione nucleare, se davvero diventasse disponibile su scala commerciale, avrebbe un valore enorme.
La fusione promette energia sempre disponibile, senza l’intermittenza di solare ed eolico e senza le emissioni dirette delle fonti fossili. Viene spesso raccontata come una tecnologia capace di produrre quantità quasi illimitate di energia usando combustibili derivati dall’acqua. È una prospettiva rivoluzionaria, perché cambierebbe il modo in cui si alimentano non solo i data center ma interi settori industriali.
Il punto, però, è che questa rivoluzione non è ancora arrivata. Nessuno ha ancora dimostrato una centrale a fusione commerciale capace di produrre energia in modo competitivo e continuativo. Helion vuole essere tra le prime a riuscirci.
Una fusione senza turbine a vapore
Helion segue una strada diversa da quella di molti concorrenti. Alcune aziende usano grandi magneti per contenere il plasma surriscaldato necessario alla fusione. Altre usano laser per comprimere il combustibile finché non avviene la reazione. In molti casi, l’idea finale resta abbastanza tradizionale: usare il calore prodotto dalla fusione per generare vapore e muovere turbine, come avviene in molte centrali elettriche. Helion invece vuole saltare questo passaggio.
La sua tecnologia usa magneti per comprimere il combustibile ma punta a raccogliere l’elettricità direttamente dai magneti stessi. Quando la fusione avviene nel plasma all’interno del reattore, questo si espande e spinge contro i campi magnetici. Questa forza può essere convertita in elettricità, in modo simile a ciò che accade in un’auto elettrica quando la frenata rigenerativa trasforma parte del movimento in energia per ricaricare la batteria.
Se funzionasse, il vantaggio sarebbe enorme. Eliminare o ridurre il passaggio intermedio del calore e delle turbine potrebbe rendere una centrale a fusione molto più efficiente. È qui che Helion costruisce la propria ambizione: non solo produrre fusione ma trasformarla in elettricità con un sistema più diretto.
Helion: la promessa e lo scetticismo
È proprio questa ambizione a rendere Helion così interessante ma anche così discussa. Alcuni esperti di fusione restano scettici sul fatto che il suo approccio possa funzionare come promesso. E il motivo non riguarda solo la difficoltà tecnica, già enorme di per sé, ma anche la trasparenza scientifica.
Helion, a differenza di altri concorrenti, pubblica poco su riviste sottoposte a revisione paritaria. Questo significa che i fisici esterni hanno meno materiale pubblico su cui valutare le basi teoriche e tecniche del progetto. Non è una prova che la tecnologia non funzioni, ma rende senz’altro più difficile verificarne la solidità dall’esterno.
David Kirtley, amministratore delegato di Helion, ha risposto a questa critica con una frase che racconta bene la filosofia dell’azienda: “Non vogliamo teorizzare sulla fusione. Vogliamo solo costruirla”.
È una risposta efficace, molto da startup, ma nel caso della fusione nucleare i risultati contano più delle promesse. Collegare una centrale alla rete nel 2028 vorrebbe dire battere sul tempo gran parte del settore e trasformare Helion da scommessa finanziaria a caso industriale.
La nuova corsa privata alla fusione
Helion non è sola. Negli ultimi mesi la fusione è tornata ad attirare capitali importanti. Focused Energy ha annunciato un round da 240 milioni di dollari, Thea Energy ne ha raccolti 100 milioni, Inertia Energy è uscita dalla modalità stealth con una Serie A da 450 milioni e Type One Energy ha detto di essere al lavoro su una Serie B da 250 milioni.
Gli investitori accettano tempi più lunghi di quelli tipici del venture capital perché il premio potenziale è gigantesco. Se la fusione diventasse davvero una fonte commerciale, continua e competitiva, non servirebbe solo ai data center dell’IA. Potrebbe incidere su mercati energetici da migliaia di miliardi di dollari.
Per ora, però, resta una corsa piena di promesse e di incognite. Helion ha raccolto altri capitali, ha una valutazione da grande protagonista e un cliente simbolico come Microsoft. Ha anche una scadenza molto ravvicinata, il 2028, che lascia poco spazio alla retorica.
La fusione nucleare è una delle grandi promesse tecnologiche del secolo. Altman sta scommettendo che possa diventare anche una delle infrastrutture della prossima fase dell’IA.
Fonte: TechCrunch


