OpenAI, la scorsa settimana, ha annunciato che inizierà a testare la pubblicità in ChatGPT negli Stati Uniti. La mossa ha colto di sorpresa Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind nonché premio Nobel, che in un’intervista a Davos ha dichiarato di essere rimasto “un po’ sorpreso” dalla velocità con cui OpenAI si è mossa.
Una sorpresa che non è solo tecnica ma strategica: Gemini, l’assistente IA di Google, “non ha piani” per incorporare pubblicità.
La differenza è quindi netta, e traccia due visioni opposte su come monetizzare l’intelligenza artificiale generativa senza tradire la promessa fondamentale di questi sistemi: essere strumenti che lavorano per l’utente, non per gli inserzionisti.
La pubblicità tradisce l’assistente?
“La pubblicità non è il male. Ha reso possibile internet come lo conosciamo”, ha detto Hassabis ad Axios. “Il punto è un altro: se il chatbot è pensato come un assistente personale, uno strumento che lavora per te, dove si colloca la pubblicità in questa equazione? È una domanda a cui nessuno ha ancora dato una risposta soddisfacente”.
La questione è filosofica prima che commerciale: la pubblicità nella ricerca funziona perché intercetta un’intenzione esplicita dell’utente. In un assistente IA, invece, la dinamica è diversa: lo strumento dovrebbe agire per conto dell’utente, non indirizzarlo verso prodotti o servizi.
OpenAI sostiene che le risposte di ChatGPT non saranno influenzate dagli inserzionisti ma che le conversazioni, pur rimanendo private, daranno forma agli annunci visualizzati.
Una promessa a cui Hassabis guarda con scetticismo: introdurre frettolosamente la pubblicità, avverte, rischia di minare la fiducia degli utenti, l’asset più prezioso in un mercato dove la percezione di allineamento tra sistema e interessi dell’utente è tutto.
Hassabis può aspettare, Sam Altman no
Hassabis ha sottolineato che il suo team sta pensando “molto attentamente” alla pubblicità e monitorerà come gli utenti risponderanno ai cambiamenti di OpenAI, ma che DeepMind “non sente alcuna pressione immediata a dover prendere decisioni affrettate del genere”.
È una dichiarazione che suona come un riferimento nemmeno troppo velato alla situazione finanziaria di OpenAI. Mentre la startup di Sam Altman, nonostante la valutazione miliardaria, deve costantemente dimostrare la sostenibilità del proprio modello di business e gestire costi operativi enormi con ricavi ancora limitati agli abbonamenti, Google può permettersi di aspettare.
We are starting to test ads in ChatGPT free and Go (new $8/month option) tiers.
Here are our principles. Most importantly, we will not accept money to influence the answer ChatGPT gives you, and we keep your conversations private from advertisers.
It is clear to us that a lot… https://t.co/f9Dv53rWU7
— Sam Altman (@sama) January 16, 2026
Gli annunci pubblicitari legati alle ricerche generano profitti ingenti che finanziano una strategia più paziente sull’IA, senza l’urgenza di monetizzazione immediata.
Eppure Hassabis vede anche un lato positivo nella pressione commerciale: secondo lui, sta “effettivamente guidando il tipo giusto di comportamento”. I clienti enterprise, in particolare, stanno spingendo i fornitori di IA a offrire garanzie più forti su sicurezza, protezione dei dati e comportamento dei sistemi con informazioni sensibili.
È una dinamica che, sostiene il CEO di DeepMind, potrebbe servire come “prova generale” per gestire i rischi ben maggiori che arriveranno con sistemi IA più autonomi e basati sugli agenti.
AGI: chi ha fretta e chi può attendere
Anche sulla tempistica dell’intelligenza artificiale generale, Hassabis si distingue dai rivali. Crede che l’AGI sia ancora a 5-10 anni di distanza, una stima più conservativa rispetto a quelle di Anthropic e OpenAI, che collocano l’arrivo già nel 2026 o 2027.
La divergenza riflette approcci diversi alla velocità di sviluppo e al rapporto con il mercato. Hassabis avverte che istituzioni, governi e imprese non sono pronti per l’impatto trasformativo dell’AGI, ma vede un lato positivo: “Penso che quando saremo più vicini all’AGI e avremo sistemi sempre più autonomi, diventerà evidente a tutti che è necessario prepararsi davvero”.
La “feroce competizione” e la concentrazione di talento e risorse nella corsa all’IA, secondo Hassabis, non hanno precedenti. Ma è proprio questa pressione, paradossalmente, che potrebbe forzare il settore a comportamenti più responsabili. Sempre che la fretta di monetizzare non bruci prima la fiducia su cui tutto si regge.
Fonte: Axios


