Nel momento di massima espansione degli investimenti sull’intelligenza artificiale, una delle voci più autorevoli del settore sceglie di frenare gli entusiasmi.
Demis Hassabis, CEO di Google DeepMind e premio Nobel, ha definito “sempre più simile a una bolla” l’euforia che attraversa alcune aree dell’industria dell’IA.
Parole queste che sono state pronunciate al World Economic Forum di Davos non come provocazione ma come constatazione: una parte degli investimenti, secondo Hassabis, si è ormai sganciata dalle realtà commerciali.
I round seed da miliardi di dollari per start-up senza prodotti, o tecnologie mature o ancora modelli di business chiari, rappresentano nella sua lettura un segnale di possibile instabilità.
Capitale abbondante, fondamenta fragili
Il riferimento non è astratto. Negli ultimi mesi il capitale di rischio si è riversato su nuove società dell’IA con valutazioni stellari e pochissime informazioni pubbliche su ciò che stanno effettivamente costruendo.
Il caso di Thinking Machine Lab, fondata da un’ex dirigente di OpenAI e valutata 10 miliardi di dollari in appena sei mesi, è emblematico di una dinamica che mette insieme aspettative altissime e basi industriali ancora incerte.
A questo si aggiungono i primi segnali di fragilità: uscite di personale chiave, dubbi sulla sostenibilità nel lungo periodo e, soprattutto, una corsa alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale finanziata in larga parte a debito, che presuppone una crescita continua della domanda per restare in equilibrio.
Perché Google può permetterselo
Hassabis, però, distingue nettamente tra il destino di alcune start-up e quello dei grandi gruppi tecnologici. Se una correzione dovesse arrivare, Google (e più in generale Alphabet) si considera in una posizione di forza.
La ragione è semplice: l’IA è una leva già integrata in prodotti, servizi e processi interni. “Abbiamo un business straordinario a cui possiamo aggiungere funzionalità di IA e ottenere maggiore produttività”, ha spiegato.
È una posizione che contrasta con l’atteggiamento più ottimistico mostrato a Davos da leader come Jensen Huang di Nvidia e Satya Nadella di Microsoft, meno inclini a parlare di eccessi.
La corsa con la Cina
Sul fronte geopolitico, Hassabis respinge poi l’idea che l’Occidente stia perdendo terreno. Il successo del modello open e a basso costo di DeepSeek ha scosso mercati e investitori, ma secondo il ceo di DeepMind la reazione occidentale è stata eccessiva.
Il punto, nella sua analisi, non è la capacità di costruire modelli efficienti, bensì di spingere l’innovazione oltre la frontiera. Le aziende statunitensi, sostiene, mantengono ancora un vantaggio temporale di circa sei mesi proprio sulle capacità più avanzate.
Al tempo stesso, riconosce che la Cina sta puntando con decisione sulle applicazioni a breve termine e su modelli liberamente utilizzabili dagli sviluppatori, una strategia che può produrre risultati rapidi sul piano dei ricavi.
Hassabis: rischi, responsabilità e IA utile
Il dibattito di Davos ha riportato al centro anche i rischi dell’IA, che vanno dalle cause legali che hanno colpito OpenAI all’uso improprio dei chatbot, fino alle critiche rivolte a xAI.
Per Hassabis, la risposta non è rallentare la ricerca ma dimostrare concretamente i benefici dell’IA. “Rilanciare sull’IA per la scienza e per la medicina”, dice, indicando ambiti in cui l’impatto positivo è difficilmente contestabile.
È in questa visione che rientra anche il ritorno di Google sugli smart glasses, sviluppati oggi in partnership con marchi come Warby Parker: non più gadget prematuri ma potenziali interfacce per un assistente digitale universale.
Un modo per chiudere il cerchio tra ricerca di frontiera, prodotti concreti e una promessa che, se mantenuta, potrebbe davvero giustificare l’enorme quantità di capitale che oggi ruota attorno all’intelligenza artificiale.
Fonte: Financial Times


