Andrea Schiesaro è un amico e un imprenditore che conosco da anni. Recentemente ha fatto un lungo viaggio di lavoro in Cina, che gli ho chiesto di trasporre nell’articolo qui di seguito, perché credo sia molto utile per capire cosa sta succedendo e come si fa imprenditoria al di là della Grande Muraglia. – Stefano Silvestri
Mi sono seduto a bordo di un eVTOL (un velivolo elettrico a decollo e atterraggio verticale) che, poco prima, avevo visto decollare, compiere una rotta di prova e rientrare alla base in maniera completamente autonoma, pilotato dall’AI.
Si trattava di un EH216-S del costruttore cinese EHang: un modello biposto, già certificato dalle autorità di Pechino e operativo nei cieli di Guangzhou. Invitato dal responsabile europeo dell’azienda a testare la cabina, mi sono accomodato a bordo.
Nel parcheggio adiacente si trovava un altro EH216 in livrea rossa con il numero 119, l’equivalente del nostro 115 per i Vigili del Fuoco, una versione speciale già in dotazione operativa alla protezione civile cinese. Sul fondo della sala campeggiava un VT35, il modello a lungo raggio per i collegamenti interurbani, forte di oltre 30.000 voli dimostrativi effettuati in 12 Paesi. Mentre in Europa si discute ancora se la mobilità aerea urbana sia «credibile», a Guangzhou ho preso posto su un eVTOL guidato dall’AI.

A bordo dell’eVTOL EHang EH216-S — Guangzhou. | Foto: Andrea Schiesaro
Questo è il livello a cui si gioca oggi l’integrazione tra intelligenza artificiale e mondo fisico in Cina. Ho deciso di vederlo di persona perché, come ha scritto di recente Kishore Mahbubani sul South China Morning Post, l’Occidente ha smesso da quarant’anni di studiare il resto del mondo, convinto che quest’ultimo convergesse verso le sue categorie. Ma non è così.
Nell’ultimo anno sono stato quattro volte per lavoro in Asia tra India,Hong Kong, Cina e Sud-est asiatico. La sensazione, ogni volta più nitida, è stata sempre la stessa: una velocità e una spinta all’innovazione che da noi non ha equivalenti. Da mesi cercavo un viaggio esattamente come questo: non un giro di delegazione cerimoniale, ma un percorso strutturato per capire dove e come si stia ricostruendo, oggi, la geografia industriale del XXI secolo.
Va dato atto a Pierluigi Alessandri cofondatore di Technogym e vicepresidente di Confindustria Romagna con delega all’internazionalizzazione e all’attrazione di investimenti esteri, di aver voluto una missione costruita in modo deliberatamente trasversale: non un’agenda verticale su un singolo settore ma un percorso che ci ha portato dalla robotica al biotech, dall’automotive all’eVTOL, dal cloud alla manifattura pesante.
È stata questa scelta a permettermi di vedere ciò che, da un viaggio per filiere, sarebbe rimasto invisibile. Ossia che in Cina, oggi, i settori non sono più colonne separate ma livelli di una stessa piattaforma. Senza un programma trasversale, non avrei capito la trasversalità del sistema Cina.
Sono partito con la delegazione di Confindustria Romagna convinto di visitare semplici fabbriche innovative; sono tornato dopo otto giorni con una visione molto più articolata. Eccola.
Una fabbrica al buio. E dentro, un cervello
A Jiaxing, nella provincia dello Zhejiang, c’è una delle nuove fabbriche cinesi in cui si lavora al buio. Non è una metafora, ma una precisa scelta progettuale. Si chiama Minhwa Future Automotive Smart Industrial Park ed è di proprietà del Minth Group, uno dei principali fornitori mondiali di componenti per l’automotive. L’investimento è di 1,5 miliardi di dollari su una superficie di 67 ettari.
Il digital twin è stato progettato nel 2020 insieme a Huawei. Oggi i dati dichiarati parlano chiaro: scarto produttivo all’1%, efficienza degli impianti al 75% e un processo interamente “unmanned”, dalla produzione al collaudo finale.
Le linee si muovono senza personale mentre un gemello digitale resta operativo 24 ore su 24 per simulare ogni possibile anomalia prima che si verifichi nella realtà. Il tutto è orchestrato da un layer di AI che mette in comunicazione robot, sensori, supply chain, ERP, controllo qualità e fornitori. La dark factory è il corpo. Il gemello digitale è il cervello. L’AI è il sistema nervoso che li mantiene sincronizzati.
Ho riportato questa sintesi a diversi imprenditori italiani che lavorano in Cina da venti o trent’anni. Tutti, senza eccezione, hanno confermato lo stesso dato: oggi la velocità dell’innovazione industriale cinese è circa cinque volte superiore a quella europea. Cinque volte.
Si tratta di un fattore moltiplicativo, non incrementale: una conseguenza meccanica del modello produttivo. Non è una questione culturale, è architettura di sistema. E mentre in Europa continuiamo a discutere se l’AI sostituirà gli impiegati, oltreoceano le Big Tech americane si sono accorte di ciò che le aziende cinesi hanno già implementato nelle linee di produzione.

La Dark Factory di MINTH – Jaxing. | Foto: Andrea Schiesaro
Meta ha appena acquisito Assured Robotics Intelligence, OpenAI ha rilevato un anno fa la società di hardware design di Jony Ive, e Anthropic sta lavorando esplicitamente sulla convergenza tra modelli e mondo fisico.
Anche negli Stati Uniti hanno capito che la prossima frontiera dell’AI non è il chatbot ma la fabbrica. E a guardare da chi era composta la delegazione del viaggio appena concluso di Trump in Cina, hanno capito che su questo frangente si trovano a rincorrere.
In mezzo a tutto questo, in Europa si guarda da un’altra parte e al massimo ci si interroga su come regolamentare per frenare l’innovazione.
Quattro tappe, quattro pranzi
In ognuna delle tappe della missione (Shanghai, Zhejiang, Jiangsu, Guangdong), abbiamo incontrato a tavola i rappresentanti dei governi locali di Hangzhou, Jiaxing, Kunshan e Foshan. Non si trattava di semplice galateo o di cerimoniale: era politica industriale operativa.
La scena si è ripetuta identica per quattro volte: una presentazione professionale, dati alla mano, dell’attrattività concreta del territorio. Aliquota fiscale standard al 25%, ridotta al 15% per le aziende certificate HNTE (High and New Technology Enterprise). Zone Economiche Speciali come Hainan Free Trade Port, Hengqin e Qianhai, dove la stessa aliquota del 15% diventa negoziabile a fronte di investimenti rilevanti.
A questo si aggiungono pacchetti logistici, immobiliari e fiscali, con tempistiche di risposta misurate in giorni, non in mesi. Il tutto formulato come una vera proposta commerciale.
Al primo pranzo ho pensato a una cortesia istituzionale. Al secondo, nel giro di 48 ore, ho iniziato a scorgere un modello. Al terzo l’evidenza si è fatta chiara. Al quarto era sistema.
Gli imprenditori e manager italiani che vivono in Cina da oltre vent’anni lo confermano, a microfoni accesi e spenti: qui la politica locale ascolta davvero le imprese e si adopera per risolverne i problemi, considerandole esplicitamente il motore del benessere sociale del territorio. Sicuramente il supporto della camera di commercio italiana in Cina conta, ma quando un’azienda chiama, qualcuno delle istituzioni ascolta e risponde. Non in dodici mesi ma spesso in dodici ore.
Confrontate questa realtà con la media italiana. Provateci sul serio: è in questo divario che si gioca la partita, ancora prima di parlare di innovazione e intelligenza artificiale.
Al di sopra di questo schema operativo locale, il 27 agosto 2025 il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato la direttiva «AI+ Action Plan» (Guo Fa [2025] No. 11). I target operativi sono netti: 70% di penetrazione di AI e intelligent terminals nei settori chiave entro il 2027, 90% entro il 2030, e una «società intelligente» entro il 2035.
In altre parole, in Cina fare innovazione non è un investimento opzionale ma un obiettivo nazionale strategico calato dall’alto e premiato con incentivi e sgravi fiscali.

Uno dei quattro pranzi con i governi locali delle province della missione. Non galateo: politica industriale operativa, con presentazione dell’attrattività del territorio dati alla mano. | Foto: Andrea Schiesaro
XPENG, Huawei, Tencent. La fine della specializzazione
A Guangzhou, nella sede di XPENG, ho osservato un modello che in Europa non ha eguali. Sotto la stessa insegna, nel medesimo showroom e all’interno dello stesso edificio, convivono quattro linee di prodotto: veicoli elettrici intelligenti (la base dei ricavi); XPENG Iron, un robot umanoide bipede sviluppato interamente all’interno; quadrupedi robotici per uso civile e industriale; e la divisione AeroHT, focalizzata sugli eVTOL e sul «Land Aircraft Carrier», un van elettrico modulare che ospita nel proprio vano un velivolo a decollo verticale ripiegato.
Sembra fantascienza ma ci sono già 7.000 ordini firmati, con le prime consegne previste entro dodici mesi. Sono quattro mercati distinti uniti da un unico stack AI sottostante. Se l’Europa punta sulle specializzazioni, la Cina costruisce piattaforme.
A Shenzhen, due giorni dopo, ho ritrovato la stessa logica su scala globale. Huawei non è un semplice produttore di apparati di rete ma una piattaforma orizzontale che spazia dall’automotive (con 1,4 milioni di veicoli che utilizzano il sistema HUAWEI ADS) allo storage AI, dalle smart city all’healthcare. Conta 59.000 partner globali, serve più di 700 smart city e 53 delle prime 100 banche mondiali.
Durante la visita ci hanno mostrato un access point Wi-Fi di nuova generazione: all’apparenza un normale access point, sfrutta in realtà le interferenze del segnale per rilevare presenza, postura, movimenti, respirazione e battito cardiaco delle persone in una stanza, senza telecamere o dispositivi wearable. Il Wi-Fi non è più solo connettività, è percezione ambientale.
Lo stesso giorno, da Tencent, i numeri fotografano un ecosistema totale: un miliardo di transazioni giornaliere su Weixin Pay, 8 mila miliardi di RMB (renminbi, la valuta locale, ndR) di GMV tramite i Mini Programs e 267 milioni di abbonati ai servizi a valore aggiunto.
Sopra a tutto questo si innesta Tencent Hy3, il loro nuovo foundation model Mixture-of-Experts da 295 miliardi di parametri totali (di cui 21 attivati per query), offerto al prezzo di 0,18 dollari per milione di token in input. Il tutto integrato in un’app usata da oltre un miliardo di persone al giorno.
In Occidente OpenAI e Anthropic hanno un modello formidabile ma non possiedono il canale distributivo; Tencent ha entrambi. Il punto non è che l’AI cinese sia “indietro” o “avanti”. È che si gioca un’altra partita con una maggiore integrazione verticale tra modello, distribuzione e monetizzazione.

Il Land Aircraft Carrier di XPENG AeroHT: un van elettrico modulare che ospita nel proprio vano un velivolo a decollo verticale ripiegato. Sembra fantascienza, ma 7.000 ordini sono già stati firmati. | Foto: Andrea Schiesaro
Una premessa onesta: cosa abbiamo visto, e cosa no
A questo punto, una premessa onesta è doverosa. Sono ben consapevole che le aziende che abbiamo visitato non rappresentano la media del tessuto industriale cinese. Sono, a tutti gli effetti, i flagship store del sistema-Paese: realtà selezionate, accompagnate, lucidate per ricevere delegazioni straniere.
Non tutte le fabbriche cinesi girano al buio con un digital twin alle spalle. Non tutte hanno ottanta ettari di parco industriale e un investimento da 1,5 miliardi di dollari. E non tutte vedono il proprio fondatore convergere in sé impresa, ricerca, politica e riconoscimento sociale come accade nei casi più celebri.
Ma anche questa selezione, lungi dall’essere casuale, è essa stessa parte del sistema. Per le aziende cinesi che vogliono crescere ed essere supportate dai governi locali, mostrarsi al mondo è un altro obiettivo calato dall’alto, legato a KPI specifici che sbloccano benefici e incentivi.
Ogni stabilimento che abbiamo visitato ci ha accolto con un proprio fotografo dedicato, aree espositive plateali, presentazioni multimediali ad alto budget. Si percepisce nettamente l’investimento ed è probabile che anche quell’investimento risponda alla stessa logica di KPI premiati dal sistema. Niente è casuale: tutto è parte di un’architettura coerente.
In altre parole: ciò che ho visto non è la Cina media. È la Cina che la Cina ha deciso di mostrare al mondo. Ed è esattamente questa selettività deliberata, la capacità di un sistema di scegliere, sostenere e amplificare le proprie eccellenze, uno dei vantaggi competitivi più sottovalutati. Le imprese europee, al contrario, danno spesso per scontato che il mondo abbia di loro la stessa immagine che esse hanno di sé. Solo in rari casi le due percezioni coincidono.

Ascend AI di Huawei: una piattaforma end-to-end per training e inferenza che alimenta lo sviluppo di modelli su settori chiave (telco, pubblica amministrazione, trasporti, energia, education). | Foto: Andrea Schiesaro
Detto questo, lo scarto tra queste flagship e il meglio del nostro tessuto produttivo è talmente ampio oggi da rendere il punto difficilmente contestabile. In poco più di vent’anni la Cina è passata dall’essere produttore di beni a basso costo e bassa qualità a competere alla pari con gli Stati Uniti nelle industrie strategiche.
Sull’integrazione tra AI e produzione fisica (robotica, automazione, dark factory, digital twin), probabilmente li ha già superati. Ha il know-how, ha la scala, ha il controllo dell’intera catena produttiva. E ha la capacità di metterlo in vetrina meglio di chiunque altro.
La fine della specializzazione (continua)
Chi si lamenta del fatto che Huawei e Xpeng entrino in settori «non loro» (automotive, robotica, infrastrutture) grazie a incentivi governativi, non ha compreso la partita. Oggi la specializzazione non è un diritto acquisito ma un perimetro che chi possiede una piattaforma AI può travalicare in qualsiasi momento.
Lo stanno facendo i cinesi e lo stanno facendo, ora, anche gli americani. Meta acquisisce aziende di robotica, OpenAI investe nell’hardware design e Anthropic si avvicina alla manifattura. Tutti stanno uscendo dai propri confini storici perché l’AI, in quanto piattaforma orizzontale, rende quelle barriere economicamente arbitrarie.
Chi non lo capisce rischia di essere superato da concorrenti che non vede nemmeno arrivare, semplicemente perché li cerca nel settore sbagliato.
Robot umanoidi: una cosa che ho rivisto
Prima di partire, condividevo una certa frenesia sull’imminente arrivo dei robot umanoidi. Al mio ritorno ho ridimensionato le aspettative, anche grazie a un colloquio di un’ora con il responsabile europeo di XPENG. Mi ha spiegato apertamente che XPENG ha testato i propri umanoide, direttamente in linea come fossero degli stagisti. La conclusione interna è che oggi l’umanoide risulta meno efficiente del classico braccio robotico.

Embodied Robotics, laboratorio di training – Kushan. | Foto: Andrea Schiesaro
A Kunshan, i tecnici di Embodied Robotics mi avevano già confermato che alcuni umanoidi cinesi stanno affrontando una fase di apprendimento all’interno di reali fabbriche di cablaggi automotive. Non si tratta di demo ma di stabilimenti veri. Tuttavia, alla mia domanda diretta sulle tempistiche di un effettivo ingresso in produzione, la risposta è stata evasiva. Onesta ma evasiva.
La mia conclusione, dopo aver osservato quattro aziende di robotica a distanza di pochi giorni, è che i robot umanoidi siano molto più avanti delle slide europee, ma molto più indietro del marketing americano. Il percorso per vederli operativi nelle fabbriche è ancora lungo. Reale ma non imminente.
Dove lo scenario cambia rapidamente, e qui sempre XPENG ha aperto una prospettiva interessante, è nei servizi alla persona: sanità, retail, hospitality e assistenza domestica. Si tratta di contesti in cui la geometria antropomorfa del robot non rappresenta un costo da giustificare, ma un chiaro vantaggio operativo.
La fabbrica non sarà il primo mercato per gli umanoidi, bensì l’ultimo; i servizi arriveranno prima. Una rivoluzione di prodotto, di mercato e di filiera che è fondamentale iniziare a studiare fin da ora.
La quarta gamba: il lavoratore
Durante il viaggio ho cercato di comprendere l’origine di questa velocità. La risposta è che il tavolo dell’innovazione cinese poggia su quattro gambe, non su tre. Ossia Impresa, Ricerca, Politica e Persone.
Se le prime tre sono quelle tradizionali, la quarta è la più complessa ma decisiva. Quando il governo di Pechino emana una direttiva sull’AI o sull’integrazione tecnologica, il tessuto sociale si allinea con una velocità priva di equivalenti nei sistemi democratici.
Le imprese integrano le innovazioni man mano che si rendono disponibili, mentre i lavoratori si formano e accettano cicli di trasformazione che in Occidente richiederebbero anni di concertazione sindacale. È un fattore strutturale.

: Tra i progetti realizzati da Beike: 8 a livello nazionale (Ministry of Science and Technology, NDRC), 2 nell’ambito del Programma 863. | Foto: Andrea Schiesaro
Tuttavia, non mancano le sorprese. Di recente, nell’aprile 2026, il Tribunale di Hangzhou ha confermato in appello che un’azienda non può licenziare un dipendente per sostituirlo con sistemi di intelligenza artificiale (il caso di Zhou, supervisore del controllo qualità in una tech company). Una decisione analoga era stata assunta a Pechino nel dicembre 2025 per il caso Liu.
L’orientamento giuridico è chiaro: l’adozione dell’AI è una scelta strategica dell’imprenditore, non un evento esterno e imprevedibile. Di conseguenza, prima di arrivare al licenziamento, è obbligatorio rinegoziare, riqualificare e ricollocare il personale. Si tratta di sentenze e non di leggi ma sono state pubblicate come model cases, ovvero precedenti quasi-vincolanti.
In Cina lo Stato si occupa da una parte di spingere al massimo sull’innovazione e dall’altro di proteggere il lavoratore dagli effetti dirompenti di questa innovazione.
Analizzando figure come il dottor Sean Hu, fondatore di Beike Biotech a Shenzhen, si comprende un ulteriore aspetto. Nel suo curriculum Hu vanta diciotto cariche istituzionali e scientifiche: da consulente internazionale per l’Unicef a vicepresidente della China National Technology Innovation Strategic Alliance, fino a membro del comitato permanente del CPPCC della provincia di Heilongjiang e visiting professor alla Chinese University of Hong Kong.
Le quattro gambe del tavolo convergono in un unico profilo. Nel frattempo, Beike realizza progetti governativi a ogni livello, incluso il celebre «Programma 863», il piano di sviluppo ad alta tecnologia lanciato da Deng Xiaoping nel 1986.
A quarant’anni di distanza, quella stessa iniziativa è ancora un motore di crescita per un’azienda biotecnologica privata. Provate a immaginare in Italia un piano industriale degli anni Ottanta ancora capace, oggi, di generare contratti e investimenti.
L’opportunità che stiamo perdendo (forse)

: Laboratorio di Embodied Robotics a Kunshan: bracci robotici manipolatori in fase di apprendimento attraverso teleoperazione. | Foto: Andrea Schiesaro
La buona notizia è che tutto questo ha a che fare con la nostra storia. I distretti industriali italiani in Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e nelle Marche, sono stati fino a pochi decenni fa una versione embrionale del modello cinese: un’alta concentrazione di imprese, scuole tecniche legate al territorio, amministrazioni locali coinvolte, filiere corte e una conoscenza diffusa che circolava capillarmente. Era un modello vincente, lo abbiamo lasciato sfilacciare ma le fondamenta resistono.
I numeri, d’altronde, non partono da zero. Citando dati Ucimu e della International Federation of Robotics, nel 2025 l’Italia ha installato circa 9.000 robot industriali ed esportato il 55% della propria produzione di macchine utensili e robotica. Nello stesso anno, la Germania ne ha installati circa 28.000 e la Corea del Sud, leader mondiale per densità, circa 35.000.
Abbiamo l’industria che costruisce le macchine ma ci manca la politica industriale per adottarle. Esportiamo robot che non installiamo nei nostri stabilimenti: un cortocircuito sufficiente a spiegare, da solo, il declino della nostra produttività manifatturiera negli ultimi quindici anni.
Non abbiamo la scala per realizzare dark factory da 67 ettari come il Minth Group ma possiamo dare vita a micro-fabbriche del futuro: connesse, modulari e orchestrate. Cambia la scala, non la logica.
Servono aziende che portino problemi reali sui tavoli della ricerca, università capaci di produrre brevetti utilizzabili, e una politica locale che semplifichi i processi anziché limitarsi a inaugurare stabilimenti. Serve una visione di sistema sui settori strategici per i prossimi quindici anni, scritta nero su bianco, finanziata con risorse reali e coordinata da un layer di AI applicata.
Non è un traguardo impossibile, è una scelta. Una decisione da prendere nei prossimi venti mesi, perché tra l’accelerazione delle Big Tech americane sulla robotica e i cluster cinesi che orchestrano già a livello industriale, lo spazio per una via italiana esiste ancora. Ma si sta chiudendo in fretta.
In chiusura
A Hangzhou, dopo aver visitato la Unitree Robotics, abbiamo visitato le sponde del Lago dell’Ovest. Da un lato la fabbrica che produce gli umanoidi contesi da mezzo mondo; dall’altro, una piantagione di tè Longjing dove si tramanda una cerimonia millenaria.
Questo Paese costruisce robot d’avanguardia a quindici chilometri da una tradizione antica di mille anni che prospera ancora oggi. È proprio questa sintesi a renderlo unico.
La Cina che ho visto nelle mie precedenti visite e in questi ultimi in otto giorni, con i suoi pranzi istituzionali, la convergenza dei quattro attori chiave allo stesso tavolo, i KPI calati dall’alto e le dark factory operative al buio mentre il gemello digitale apprende, non è una curiosità antropologica o un futuro remoto. È il presente di chi produce per il mercato globale. E lo è già da anni.
Il punto non è stabilire se la Cina sia migliore: il Paese presenta condizioni strutturali che non possiamo, né dobbiamo, replicare integralmente. Il punto è comprendere che alcuni dei meccanismi osservati sono architetture trasferibili, se lo vogliamo.

Minhwa Future Automotive Smart Industrial Park, Jiaxing (Zhejiang). 67 ettari, investimento di 1,5 miliardi di dollari, digital twin progettato con Huawei nel 2020. Le linee girano al buio. L’AI orchestra robot, sensori, supply chain, ERP e qualità in tempo reale. | Foto: Andrea Schiesaro
Parlo della collaborazione reale tra imprese, ricerca e istituzioni; di un’amministrazione che ascolta le aziende considerandole il motore del benessere collettivo e di una società che rema insieme e non contro; dell’integrazione dell’AI nelle nostre filiere; e di una visione industriale di sistema che ragioni per piattaforme e non per compartimenti stagni.
Mentre in Europa continuiamo a regolamentare l’AI, in Cina la stanno industrializzando e in America la stanno comprando (si pensi a Meta che acquisisce aziende di robotica o a OpenAI che investe nell’hardware design).
E se l’AI è davvero la tecnologia infrastrutturale dei prossimi cento anni come credo io e come crede chi ci lavora, la sua industrializzazione è l’unico fattore che conta. Non si tratta di studiarla, normarla o discuterla. Bisogna industrializzarla.
Abbiamo una finestra di opportunità ma si sta chiudendo in fretta.
Andrea Schiesaro è CEO del Gruppo Axiom1 (Disruptives, BWcomunicazione, Cooltribes). Ha partecipato dal 10 al 18 maggio 2026 alla missione “La Cina di oggi: missione ispirazionale alla scoperta dell’innovazione tecnologica d’impresa”, organizzata da Confindustria Romagna e dalla Camera di Commercio Italiana in Cina e guidata da Pierluigi Alessandri, vicepresidente di Confindustria Romagna con delega all’internazionalizzazione e all’attrazione di investimenti esteri.


