A inizio novembre Sam Altman si irritava per le domande sui conti di OpenAI. “Stiamo facendo ben più di 13 miliardi di dollari di ricavi annuali”, aveva dichiarato nel podcast Bg2, aggiungendo poi con tono sarcastico al conduttore: “Se vuoi vendere le tue azioni, troverò io un compratore”.
Due mesi dopo, la direttrice finanziaria Sarah Friar ha messo nero su bianco i numeri: il fatturato annualizzato ha superato i 20 miliardi di dollari nel 2025, contro i 6 miliardi del 2024. Una crescita che, almeno sulla carta, sembra dare ragione all’orgoglio difensivo del CEO.
Nel suo post pubblicato sul blog di OpenAI, la Friar ha esplicitato quella che considera la chiave della crescita di OpenAI: la correlazione diretta tra capacità di calcolo e fatturato.
La potenza computazionale dell’azienda è passata da 0,6 gigawatt nel 2024 a 1,9 GW nel 2025, e i ricavi hanno seguito la stessa traiettoria. “È una crescita mai vista prima a questa scala”, ha scritto Friar, aggiungendo che “maggiore capacità di calcolo avrebbe portato a un’adozione e una monetizzazione ancora più rapide”. Il messaggio è chiaro: per OpenAI il collo di bottiglia non è la domanda, ma l’infrastruttura. Chi controlla il compute controlla la crescita.
OpenAI e il dettaglio dei 1.400 miliardi di dollari
I 20 miliardi di ricavi vanno però letti contro la scala degli impegni assunti. A novembre Altman ha confermato che OpenAI ha sottoscritto accordi infrastrutturali per circa 1.400 miliardi di dollari nei prossimi otto anni: 300 miliardi con Oracle, 350 con Broadcom, 250 con Microsoft, 100 con Nvidia, 90 con AMD, 38 con Amazon AWS e 22 con CoreWeave.
Il rapporto tra ricavi attuali e impegni futuri resta di 1 a 70. Per onorare quei contratti, OpenAI dovrebbe moltiplicare il fatturato per quasi nove volte entro il 2030, una traiettoria senza precedenti nella storia del tech.
I 7 miliardi in più rispetto alle stime di novembre sono una buona notizia, ma cambiano poco nella sostanza del problema.
Flessibilità come strategia
La risposta di OpenAI è la diversificazione. Tre anni fa l’azienda dipendeva da un unico fornitore di infrastrutture; oggi lavora con un ecosistema articolato.
Friar ha poi sottolineato che OpenAI mantiene un bilancio “leggero”, privilegiando le partnership rispetto alla proprietà diretta e strutturando contratti flessibili tra diversi provider e tipologie di hardware. “Possiamo pianificare, finanziare e distribuire capacità con fiducia”, ha scritto.
È una strategia che tradisce una certa consapevolezza del rischio. L’accordo con Nvidia, annunciato a settembre, prevede che il produttore di chip investa fino a 100 miliardi di dollari per supportare OpenAI nella costruzione di almeno dieci gigawatt di infrastruttura.
Ma a novembre Nvidia ha avvisato i propri investitori che non c’era “alcuna certezza” che l’intesa procedesse oltre l’annuncio iniziale fino a diventare un contratto vincolante. Quando l’accordo più importante non è ancora blindato, diversificare i fornitori non è una scelta: è una necessità.
La svolta del 2026
Il 2026, ha annunciato Friar, sarà l’anno dell'”adozione pratica”. La priorità è “colmare il divario tra ciò che l’IA rende possibile e come viene utilizzata quotidianamente”, con focus su sanità, ricerca scientifica e imprese.
La piattaforma si espanderà verso agenti e automazione dei flussi di lavoro che “funzionano in modo continuativo, mantengono il contesto nel tempo e agiscono attraverso diversi strumenti”.
La scorsa settimana OpenAI ha annunciato l’introduzione di pubblicità su ChatGPT per alcuni utenti statunitensi, un segnale che la monetizzazione sta diventando urgente.
Secondo Axios, poi, il responsabile policy Chris Lehane ha confermato che l’azienda è “sulla buona strada” per presentare il suo primo dispositivo hardware nella seconda metà del 2026.
Nuovi fronti di ricavo, dunque, mentre la corsa per colmare il divario tra ambizioni e sostenibilità entra nel vivo.


