Meta, il colosso guidato da Mark Zuckerberg, ai tempi in cui si chiamava ancora Facebook avrebbe cercato di entrare nel mercato cinese a ogni costo, arrivando persino a sviluppare strumenti di censura e a valutare la condivisione dei dati degli utenti con Pechino.
Lo rivela un’inchiesta esclusiva del Washington Post, che riporta la denuncia di Sarah Wynn-Williams, ex direttrice globale delle politiche aziendali, presentata alla Securities and Exchange Commission (SEC).
Secondo il documento di 78 pagine, che getta nuova luce sui rapporti tra il gigante della Silicon Valley e il regime cinese, Zuckerberg avrebbe progettato nel 2015 un sistema di censura per la Cina.
Avrebbe anche previsto la figura di un “caporedattore” incaricato di filtrare i contenuti e persino la possibilità di chiudere l’intero social network in caso di “disordini sociali”.
Il documento afferma inoltre che il creatore di Facebook avrebbe accettato di reprimere l’account di un noto dissidente cinese residente negli Stati Uniti, su richiesta di un alto funzionario di Pechino.
Wynn-Williams sostiene che Meta fosse così determinata a entrare nel mercato cinese da essere disposta a lasciare al Partito Comunista il pieno controllo sui contenuti e sulle conversazioni all’interno del paese.
L’azienda avrebbe inoltre affrontato forti pressioni affinché i dati degli utenti cinesi fossero ospitati in data center locali, una mossa che, secondo la denuncia, avrebbe facilitato al governo cinese l’accesso alle informazioni personali della popolazione.
La doppia faccia di Meta
Negli ultimi anni Meta si è presentata come una delle voci più critiche nei confronti della Cina.
Zuckerberg stesso ha denunciato più volte il modello di internet autoritario di Pechino. “La Cina sta esportando la propria visione della rete in altri paesi”, aveva dichiarato in un discorso alla Georgetown University nel 2019.
Meta ha anche finanziato American Edge, un’organizzazione no-profit che ha condotto campagne contro TikTok e il dominio cinese nella tecnologia.
Eppure, secondo la denuncia di Wynn-Williams, il dietro le quinte racconta una storia ben diversa.
Nel 2014, Zuckerberg avrebbe creato un “team Cina” per sviluppare una versione di Facebook conforme alle normative locali, un progetto noto come “Project Aldrin”.
In un’email inviata ai dirigenti, il CEO scriveva: “Se vogliamo che più dei nostri servizi siano disponibili in Cina tra tre anni, dobbiamo iniziare a lavorarci intensamente da subito”.
Per guadagnarsi il favore delle autorità cinesi, Meta avrebbe anche considerato di allentare le proprie politiche sulla privacy per gli utenti di Hong Kong e collaborato con il Consolato cinese di San Francisco per rimuovere contenuti considerati sensibili da Pechino.
Il cambio di strategia di Zuckerberg
L’interesse di Meta per la Cina è tramontato nel 2019, quando l’amministrazione Trump ha intensificato lo scontro commerciale con Pechino.
Da allora, la posizione dell’azienda è cambiata radicalmente: oggi, Meta punta a trarre vantaggio dalla crescente ostilità di Washington nei confronti della Cina.
Zuckerberg ha recentemente dichiarato che un eventuale divieto di TikTok negli Stati Uniti sarebbe un vantaggio per la sua azienda: “Sono uno dei nostri principali concorrenti. È una carta che potremmo giocare”.
Secondo Wynn-Williams, però, Meta deve ancora rispondere di anni di tentativi segreti di collaborazione con Pechino.
“Per molti anni Meta ha lavorato a stretto contatto con il Partito Comunista Cinese, aggiornandolo sugli ultimi sviluppi tecnologici e mentendo al riguardo”, ha affermato.
“La gente ha diritto di sapere la verità”.


