Neanche il tempo di scrivere del processo che inizierà oggi a Washington che vedrà contrapposti Meta e la Federal Trade Commission (FTC), che ci troviamo a dover scrivere nuovamente di problemi legali per Mark Zuckerberg.
Al centro della vicenda troviamo sempre lei, Sarah Wynn-Williams, l’ex direttrice globale delle politiche aziendali di Facebook, nonché autrice del libro di denuncia “Careless People: A Cautionary Tale of Power, Greed, and Lost Idealism”, che Meta ha provato a bloccare.
Sempre a lei dobbiamo le rivelazioni su Projecy Aldrin, descritte circa un mese fa in un’inchiesta del Washington Post, secondo cui Facebook avrebbe cercato di entrare nel mercato cinese a ogni costo, arrivando a sviluppare strumenti di censura e a valutare la condivisione dei dati degli utenti con Pechino.
L’escalation al Congresso
Vista la gravità delle accuse, lo scorso venerdì Sarah Wynn-Williams ha testimoniato davanti alla Commissione Giustizia del Senato degli Stati Uniti, accusando per l’appunto la sua ex azienda di aver sacrificato la sicurezza degli utenti e i valori democratici pur di espandere la propria presenza in Cina.
Wynn-Williams ha raccontato che il tentativo di penetrare il mercato cinese non fu un esperimento isolato, ma una strategia di lungo corso guidata direttamente da Mark Zuckerberg. Qui sotto, potete vedere la sua deposizione integrale.
“Era un progetto diverso da tutti gli altri… era guidato centralmente da Mark Zuckerberg”, ha dichiarato, sottolineando come la direzione dell’azienda fosse pienamente consapevole delle implicazioni.
Secondo la sua testimonianza, Meta avrebbe avviato la distribuzione di prodotti in Cina già nel 2014, per poi, a partire dal 2015, tenere briefing riservati con funzionari del Partito Comunista su tecnologie emergenti, tra cui l’intelligenza artificiale.
Proprio questi briefing, ha spiegato Wynn-Williams, potrebbero aver contribuito all’uso da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione del modello IA Llama, sviluppato da Meta, per applicazioni militari.
“Project Aldrin”, la censura di Facebook per Pechino
Le rivelazioni più gravi riguardano il sistema di censura progettato ad hoc per la Cina, chiamato internamente “Project Aldrin”.
Il progetto prevedeva l’assegnazione di un “caporedattore” incaricato di oscurare contenuti sensibili in caso di disordini sociali, oltre a offrire ai funzionari cinesi accesso privilegiato ai dati degli utenti. Una strategia che, secondo la whistleblower, andava ben oltre le normali pratiche di compliance internazionale.
In documenti interni citati da Wynn-Williams, Meta avrebbe inoltre proposto i propri servizi per “aumentare l’influenza globale della Cina e promuovere il Sogno Cinese”.
In parallelo, l’azienda avrebbe lavorato in segreto alla realizzazione di un cavo sottomarino tra Cina e Stati Uniti, un’operazione poi interrotta solo grazie all’intervento diretto del Congresso americano.
Il caso Guo Wengui e il prezzo della collaborazione
Un episodio emblematico dell’approccio di Meta alle richieste di Pechino risale al 2017, quando la piattaforma avrebbe limitato l’account di Guo Wengui, noto dissidente cinese, a seguito di pressioni da parte delle autorità cinesi.
“Era necessario per ottenere la cooperazione del Partito”, si legge in note interne dell’epoca. In un’audizione precedente, il general counsel di Meta, Colin Stretch, aveva dichiarato che la rimozione era conforme alle politiche aziendali.
Wynn-Williams ha però bollato il tutto come “una bugia”.
Meta smentisce
Meta ha reagito alle accuse definendole “scollegate dalla realtà”. Il portavoce Andy Stone ha ammesso che l’azienda aveva esplorato l’ingresso nel mercato cinese oltre dieci anni fa, ma ha sottolineato che oggi Meta non offre servizi in Cina.
Ha inoltre accusato Wynn-Williams di rispolverare accuse “vecchie e false” contenute nel suo libro “Careless People: A Cautionary Tale of Power, Greed, and Lost Idealism”.
Come scrivevamo, Meta ha cercato di bloccarne la pubblicazione in virtù di una clausola di non denigrazione presente nel suo accordo di uscita. Nonostante tutto, però, il libro è diventato un bestseller, guadagnando consensi per la sua denuncia feroce della cultura aziendale di Meta.
Secondo la Wynn-Williams, l’azienda le ha richiesto 50.000 dollari di penale per ogni occasione in cui ha menzionato Facebook in pubblico.
Il Congresso prende posizione
Il senatore repubblicano Josh Hawley (che chi è attento a quanto accade oltre oceano, ben conosce per la prontezza con cui si fa trovare presente in queste vicende), ha messo in dubbio la sincerità dell’attuale narrazione di Zuckerberg sulla libertà di espressione.
“Non credo affatto in questa nuova reinvenzione”, ha affermato, facendo riferimento alla presunta volontà di Zuckerberg di difendere la libertà di parola, folgorato dal nuovo corso di Trump.
Ha anche accusato Meta di “bancarotta morale”, portando alla luce altre accuse che potete vedere nel video qui sotto, che vi raccomandiamo di guardare nella sua interezza, soprattutto per le affermazioni conclusive.
Il senatore Chuck Grassley ha invece parlato di “accuse molto inquietanti”, accusando Meta di aver “steso il tappeto rosso” al Partito Comunista Cinese.
La Cina resta un affare d’oro per Meta
Anche se ufficialmente Meta ha abbandonato le proprie ambizioni in Cina nel 2019, Wynn-Williams ha sottolineato che il paese resta un mercato strategico.
I dati presentati alla SEC mostrano che nel 2024 Meta ha incassato 18,35 miliardi di dollari da inserzionisti cinesi, più del doppio rispetto al 2022.
Nella parte finale della sua audizione, l’ex dirigente ha chiesto al Congresso di intervenire: “Meta è stata disposta a compromettere i propri valori, sacrificare la sicurezza dei propri utenti e minare gli interessi americani pur di costruire il suo business in Cina. Succede da anni, coperto da bugie, e continua ancora oggi”.


