Lo ammettiamo, quando abbiamo letto la news che ha ispirato questo articolo, abbiamo controllato due volte il nome della testata giornalistica. “L’Europa si prepara allo scenario da incubo: gli USA che bloccano l’accesso alla tecnologia”, è infatti il lancio che ci si aspetta da un giornale complottista o da un blog di fantapolitica, non dal Wall Street Journal.
E invece, la prestigiosa testata, bibbia della finanza globale nonché voce dell’establishment americano, descrive un’ipotesi da fantascienza: un ordine esecutivo della Casa Bianca che taglia l’accesso europeo ai data center e ai software di posta elettronica di cui aziende e governi hanno bisogno per funzionare.
Uno slancio di fantasia da parte della redazione? Tutt’altro: è l’ipotesi estrema che i funzionari europei hanno iniziato a prendere sul serio nelle ultime settimane, da quando cioè le minacce di Donald Trump sulla Groenlandia hanno trasformato scenari un tempo teorici in preoccupazioni concrete.
Al World Economic Forum di Davos, questa settimana, il tema ha dominato le conversazioni tra leader aziendali e policymaker: un potenziale “disaccoppiamento” tecnologico tra Europa e Stati Uniti, ovvero la progressiva separazione delle infrastrutture digitali dei due blocchi.
Un’ipotesi complessa, data l’ampiezza della tecnologia americana utilizzata nel continente, dai chip ai servizi cloud, dai modelli di IA ai software enterprise. E numeri confermano la portata della dipendenza: nel 2024, i clienti europei hanno speso quasi 25 miliardi di dollari in servizi infrastrutturali dai primi cinque fornitori cloud statunitensi, pari all’83% del mercato totale in Europa.
La risposta politica arriva da Bruxelles
Il Parlamento Europeo giovedì ha però approvato una risoluzione sulla “sovranità tecnologica” che sostiene l’uso di criteri di appalto pubblico per favorire i prodotti europei e propone una nuova legislazione per promuovere i fornitori cloud del continente.
È un passaggio importante e non isolato: la Commissione Europea sta lavorando anche a una nuova legislazione sullo stesso tema e, secondo funzionari a conoscenza del dossier, i rischi per la sicurezza posti dalla tecnologia americana vengono ora discussi apertamente.
È un cambio di registro impensabile solo sei mesi fa. “Scegliere la tecnologia digitale americana di default è troppo facile e deve finire”, ha dichiarato Nicolas Dufourcq, capo della banca d’investimento statale francese Bpifrance. “Le grandi aziende europee dovrebbero usare software europeo”.
Funzionari e legislatori precisano che l’obiettivo non è abbandonare la tecnologia americana ma ridurre le dipendenze e rafforzare le alternative locali, una sfumatura importante, che distingue la strategia europea da una rottura frontale.
L’asse Parigi-Berlino accelera
Francia e Germania sono diventate particolarmente vocali sulla necessità di promuovere l’indipendenza tecnologica da quando la nuova amministrazione Trump ha iniziato ad avvertire i leader europei di allinearsi dietro Washington.
A novembre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ospitato un summit sulla sovranità digitale con la Francia, spingendo per l’allentamento delle regole tecnologiche dell’UE, la preferenza europea negli acquisti pubblici e nuovi investimenti nei data center.
La Germania sta anche testando un’alternativa open source agli strumenti Microsoft, chiamata openDesk, sia all’interno del ministero che presso alcune agenzie federali.
Emmanuel Macron ha fatto invece della promozione delle aziende locali un principio cardine del suo secondo mandato. Da un lato ha cercato di aiutare Mistral AI (uno dei pochissimi sviluppatori europei all’avanguardia nell’intelligenza artificiale) a conquistare grandi clienti aziendali. Dall’altro sta lavorando per attrarre decine di miliardi di dollari in data center per l’IA in Francia, facendo leva sull’elettricità a basso costo garantita dal nucleare.
“La nostra volontà è chiaramente fare tutto il possibile per costruire campioni europei,” ha detto Macron al summit di Berlino. “Questo è semplicemente un rifiuto di essere vassalli.”
La controffensiva di Big Tech in Europa
La posta in gioco per le aziende tecnologiche statunitensi è enorme: nel 2024 hanno esportato in Europa oltre 360 miliardi di dollari in servizi digitali, inclusi pubblicità e strumenti di intelligenza artificiale.
Alphabet, la capogruppo di Google, genera il 29% del suo fatturato trimestrale (quasi 30 miliardi di dollari) da Europa, Medio Oriente e Africa. Non sorprende allora che la Silicon Valley stia reagendo con una strategia di contenimento.
Dalla rielezione di Trump, funzionari europei hanno chiesto ad alcuni fornitori cloud americani di garantire che i clienti in settori critici come l’energia possano spostare rapidamente le proprie infrastrutture verso provider locali in caso di interruzioni imposte da Washington.
Microsoft ha ampliato un accordo con Delos Cloud, sussidiaria di SAP, per erogare i propri servizi sotto proprietà e controllo tedesco; nell’ultimo anno ha ristrutturato le sussidiarie europee, installato board composti solo da europei e moltiplicato gli avamposti per servizi cloud e IA localizzati.
Amazon la settimana scorsa ha lanciato un “sovereign cloud” in Europa, gestito da cittadini UE e basato in Germania. Google ha invece creato partnership con aziende locali in diversi paesi europei, inclusa una joint venture in Francia completamente gestita da un operatore locale. Isolando in questo modo i clienti da potenziali richieste americane di accesso ai dati.
Ma è davvero possibile?
La domanda di fondo resta però irrisolta: l’Europa può realmente funzionare senza la tecnologia americana? Mentre il Vecchio Continente ha guidato la rivoluzione della telefonia mobile con aziende come Nokia ed Ericsson, nell’era di internet è rimasto indietro rispetto a Stati Uniti e Cina, senza riuscire a produrre giganti tecnologici della stessa scala.
I governi europei hanno finanziato e promosso alternative, trovando però poca trazione contro Google. Molti imprenditori attribuiscono il ritardo a una cultura avversa al rischio, a un mercato frammentato e a regolamentazioni onerose. tutte ragioni per cui l’UE sta cercando di alleggerire alcune norme digitali, con progressi finora lenti.
Gli sforzi per sfuggire al dominio tecnologico americano non sono nuovi: la questione esplose dapprima nel 2013, dopo le rivelazioni di Edward Snowden sulle pratiche di sorveglianza statunitensi. Successivamente, si è riaccesa nel 2018 con l’approvazione del CLOUD Act, la legge che autorizza le forze dell’ordine americane a richiedere dati archiviati all’estero dai provider cloud statunitensi.
La stessa logica, peraltro, per cui Washington invita a non fidarsi delle aziende tecnologiche cinesi, obbligate dalla legge sulla sicurezza nazionale del 2017 a collaborare coi servizi di intelligence di Pechino. In entrambi i casi, comunque, le aziende USA hanno mantenuto e persino aumentato la quota di mercato costruendo data center sul suolo europeo.
La storia suggerisce quindi che anche stavolta la risposta sarà ibrida: più controllo europeo ma senza una rottura completa. La differenza è che oggi, per la prima volta, la rottura completa non sembra più del tutto impossibile.
Fonte: The Wall Street Journal


