Doom “giocato” sui batteri è l’ultima frontiera della bioingegneria

by | 1 Feb 2024 | Videogames

Tempo di lettura: 2 minuti

Può sembrare una storia degna di un meme, ma l’ultima incarnazione di uno dei videogiochi più celebri di sempre ha davvero dell’incredibile. Dopo essere stato reso giocabile su fogli Excel, forni a microonde e pure test di gravidanza, Doom si è reso protagonista di una speciale edizione realizzata attraverso l’utilizzo di alcuni impensabili protagonisti: i batteri intestinali.

Una ricercatrice del MIT, Lauren Ramlan, è stata in grado di eseguire l’iconico gioco di id Software utilizzando questo insolito espediente. Come? Trasformando i batteri in pixel per visualizzare l’FPS di 30 anni fa. Per farlo ha utilizzato una proteina fluorescente chiamata GFP (Green Fluorescent Protein), che assorbe la luce blu e la riemette come luce verde. I batteri sono stati geneticamente modificati per esprimere GFP e organizzati in una matrice 32×48, in cui ognuno di essi batterio rappresentava un pixel.

Per visualizzare un’immagine, Ramlan ha illuminato i batteri con luce blu, che è stata assorbita per poi essere riemessa sottoforma di luce verde, che è stata quindi catturata da una telecamera. Naturalmente non ci troviamo al cospetto di una versione canonica dello shooter, dato che l’applicazione in questione non è certo esente da alcuni limiti.

Innanzitutto, i batteri in realtà non gestiscono il gioco. Quello che accade, in realtà, è che i batteri si combinano per agire come un piccolissimo monitor che riproduce il gameplay dell’amato sparatutto. Inoltre, c’è il problema del frame rate, che è sempre un elemento importante quando si parla di videogiochi, soprattutto i FPS. Ad essere sinceri, la fluidità è davvero atroce, probabilmente a causa del fatto che i batteri non sono mai stati destinati alla visualizzazione dei videogiochi 3D. I microorganismi impiegano infatti 70 minuti per illuminare un fotogramma del gioco e altre otto ore per tornare allo stato iniziale.

Ciò si traduce in quasi nove ore per renderizzare un singolo fotogramma, il che significa che ci vorrebbero circa 600 anni per giocare Doom dall’inizio alla fine. Ramlan ha comunque dichiarato che spera di migliorare la risoluzione e il frame rate del suo display in futuro. Se ci riuscirà, il suo lavoro potrà avere implicazioni significative per la medicina e la bioingegneria.

Anche se l’esperimento non offre un’esperienza di gioco esattamente fluida, si è rivelata un’idea molto ingegnosa. Inoltre, asseconda ulteriormente la teoria secondo cui Doom può funzionare praticamente con qualsiasi cosa. Pubblicato nel 1993 per PC, il gioco è stato un successo immediato, vendendo milioni di copie in tutto il mondo. Il suo codice sorgente open source è stato reso disponibile al pubblico nel 1997.

Il gioco è una delle espressioni di programmazione più celebri di sempre, oggetto di studio da parte di coder di tutto il mondo in virtù della sua semplicità ed efficienza. Ciò ha reso Doom protagonista di alcuni dei porting più impensabili della storia, e la versione di cui abbiamo parlato che non è altro che l’ultimo esempio.

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