Il Digital Markets Act (DMA) è una normativa dell’Unione Europea concepita per regolare l’attività delle grandi piattaforme digitali e promuovere una maggiore concorrenza nel mercato digitale.
L’obiettivo principale del DMA è quello di garantire che i mercati digitali rimangano equi e aperti, prevenendo comportamenti anticoncorrenziali da parte dei cosiddett “gatekeeper” o “guardiani”, ossia le principali piattaforme tecnologiche che controllano l’accesso a un gran numero di utenti e servizi.
In sostanza, il Digital Markets Act rappresenta un tentativo dell’UE di mantenere un equilibrio competitivo nel settore digitale, impedendo ai giganti della tecnologia di abusare della loro posizione dominante per ostacolare la concorrenza e limitare l’innovazione.
Sulla carta è tutto buono e giusto ma, come insegna Inception, il film capolavoro di Christopher Nolan, non c’è nulla di più potente al mondo di un’idea. E l’idea in questione è quella di Google, che in un suo blog post di marzo ha dichiarato che le modifiche ai risultati di ricerca proposte dal DMA favoriranno proprio i grandi intermediari e gli aggregatori, penalizzando hotel, compagnie aeree, commercianti e ristoranti.
Manco a farlo apposta, sono esattamente le stesse categorie hanno appena scritto preoccupate una lettera congiunta al commissario europeo per la concorrenza Margrethe Vestager e al commissario per il mercato interno Thierry Breton.
I protagonisti dell’iniziativa, per la precisione, sono il gruppo Airlines for Europe, che include tra i suoi membri Air France KLM e il proprietario di British Airways, IAG, l’associazione alberghiera Hotrec, il Forum Europeo degli Hotel, EuroCommerce, Ecommerce Europe e Independent Retail Europe.
Tutti hanno espresso preoccupazioni sull’entrata in vigore del Digital Markets Act, temendo che gli aggiustamenti proposti dal DMA danneggino i loro profitti: “Le nostre industrie sono profondamente preoccupate che le soluzioni e i requisiti attualmente in fase di valutazione per l’attuazione del Digital Markets Act possano aumentare ulteriormente la discriminazione”.
“Le prime osservazioni indicano che questi cambiamenti rischiano di ridurre gravemente i ricavi delle vendite dirette delle aziende, favorendo maggiormente i potenti intermediari online grazie al trattamento preferenziale che riceverebbero”, hanno poi aggiunto.
Insomma, le associazioni di settore temono esattamente quanto paventato da Google qualche settimana fa. Ma chi ha ragione?
Impossibile saperlo al momento, anche perché la Commissione, che sta attualmente indagando su Google per possibili violazioni del DMA, non ha risposto a una richiesta di commento da parte di Reuters, cui dobbiamo questa notizia.
Anche Google non ha rilasciato commenti ma la sensazione è che abbia già detto quello che aveva da dire. In assenza di un cenno di vita da parte della Vestager e di Thierry Breton, non resterà che far parlare i fatti.


