Dazi, TikTok e shopping cinese: l’ascesa di DHgate negli USA

da | 16 Apr 2025 | Business

Quando la geopolitica incontra l’e-commerce, nascono fenomeni che nessun algoritmo può prevedere.

Un esempio è quello che sta accadendo negli ultimi giorni su TikTok, dove un nome fino a poco tempo fa sconosciuto al di fuori dei confini cinesi, sta scalando vertiginosamente le classifiche delle app più scaricate negli Stati Uniti.

Ci riferiamo a DHgate, piattaforma di e-commerce con sede a Pechino, specializzata nel commercio transfrontaliero tra piccole imprese cinesi e clienti stranieri.

A innescare la sua improvvisa ondata di popolarità non è stata una nuova strategia di marketing ma un mix esplosivo di video virali su TikTok e di tensioni commerciali sempre più accese tra Washington e Pechino.

USA, Cina e la guerra dei dazi

Lo scenario internazionale è dominato da un nuovo braccio di ferro tra le due superpotenze economiche.

La settimana scorsa, la Cina ha annunciato l’innalzamento dei dazi al 125% su diversi beni americani, in risposta alla decisione del presidente Donald Trump di imporre tariffe fino al 145% sui prodotti provenienti dalla Cina.

Si tratta di una mossa che ha riacceso la rivalità commerciale tra i due Paesi, già tesa da anni, e che ha inevitabilmente avuto ripercussioni anche nel mondo digitale e del consumo.

In questo contesto infuocato, i consumatori americani sembrano aver trovato una via alternativa per continuare ad accedere a prodotti cinesi a basso costo: l’acquisto diretto dalle fabbriche.

Ed è proprio qui che entra in gioco DHgate.

DHgate, la “porta” segreta delle fabbriche cinesi

Fondata nel 2004 da Wang Shutong, imprenditrice cinese che ha scommesso per prima sulla possibilità di aprire le fabbriche cinesi al mondo con un’interfaccia digitale, DHgate si è progressivamente costruita una nicchia importante nel commercio internazionale.

La piattaforma consente ad acquirenti di tutto il mondo di ordinare direttamente dalle fabbriche cinesi che spesso producono anche per grandi marchi occidentali, ma senza loghi e a prezzi drasticamente inferiori.

L’improvvisa ascesa dell’app, che il 13 aprile è entrata nella top 100 delle app gratuite più scaricate sull’App Store americano, raggiungendo in pochi giorni il secondo posto dietro solo a ChatGPT, è legata a una serie di video esplosivi diventati virali su TikTok.

In queste clip, influencer cinesi svelano quello che definiscono il “dietro le quinte” della produzione globale. E lo fanno pubblicando video in cui si mostra come molti articoli di lusso, dalle borse ai pantaloni da yoga, siano in realtà fabbricati in Cina, talvolta nelle stesse fabbriche che riforniscono i brand occidentali più prestigiosi.

“La Cina smaschera i brand di lusso”

È questo il titolo di tendenza che ha infiammato TikTok mercoledì scorso. Tra i video più condivisi, quello di una TikToker che mostra come si possano acquistare pantaloni da yoga identici per qualità a quelli venduti da celebri brand occidentali a oltre 100 dollari, ma disponibili su DHgate a soli 15 dollari.

Il messaggio implicito – ma non troppo – è chiaro: i prodotti sono gli stessi ma senza il marchio costano una frazione.

Ovviamente, poiché i grandi brand del fashion occidentale si limitano a cucire sul prodotto finale la targhetta col marchio e non meno di due zeri al costo originario, anche con l’applicazione dei dazi americani, l’acquisto diretto da fabbriche cinesi tramite piattaforme come DHgate resta nettamente più conveniente rispetto ai rivenditori locali.

@dhgateapp You need to know. #Dhgate ♬ original sound – DHGate Official

E a giudicare dai numeri, il messaggio è stato recepito forte e chiaro dai consumatori statunitensi.

In un’epoca in cui l’attenzione alle filiere, alla provenienza dei prodotti e alla trasparenza delle aziende è sempre più alta, DHgate si ritrova dunque al centro di un cortocircuito perfetto, tra consumatori desiderosi di risparmiare, influencer pronti a cavalcare il trend e tensioni internazionali che rendono ogni acquisto un atto, consapevole o meno, di politica economica.

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