DeepSeek dichiara profitti “teorici” del 545%, ma la realtà è un’altra

da | 2 Mar 2025 | IA, Business

DeepSeek Foto: Matheus Bertelli/Pexels

L’intelligenza artificiale è sempre più al centro delle dinamiche economiche e tecnologiche globali. E DeepSeek, la celebre ed emergente startup cinese, sta rapidamente guadagnando attenzione.

A gennaio, ha fatto parlare di sé con un nuovo modello capace, secondo alcuni benchmark, di eguagliare l’OpenAI o1, pur essendo stato sviluppato con costi significativamente inferiori e in un contesto di restrizioni commerciali imposte dagli Stati Uniti.

Questo risultato ha sollevato interrogativi tra gli analisti sul costo reale dello sviluppo dell’IA e sulla sua redditività, contribuendo anche a turbolenze nel mercato azionario delle big tech.

L’impatto di DeepSeek non si è limitato alla finanza: per un breve periodo la sua app ha superato ChatGPT in cima alla classifica dell’App Store di Apple, un segnale della curiosità e dell’interesse che circondano la sua tecnologia.

Tuttavia, l’entusiasmo iniziale è stato seguito da una rapida discesa, con l’app che oggi si trova al sesto posto nella categoria produttività, dietro colossi come ChatGPT, Grok e Google Gemini.

DeepSeek e i profitti “teorici”

A rendere DeepSeek ancora più notiziabile è una recente dichiarazione sulla presunta redditività dei suoi modelli AI.

In un post su X, la startup ha affermato di avere un “margine di profitto sui costi” del 545%. Questo dato però si basa su un “reddito teorico” e su una serie di ipotesi ottimistiche.

Nel dettaglio, l’azienda ha spiegato che, prendendo in considerazione l’uso dei suoi modelli V3 e R1 in un periodo di 24 ore, e ipotizzando che tutto fosse stato fatturato con la tariffa di R1, avrebbe generato un fatturato giornaliero di 562.027 dollari, a fronte di un costo per il noleggio delle necessarie GPU di soli 87.072 dollari.

Il conto sembra dunque semplice: ricavi altissimi e costi contenuti. Ma la realtà è diversa.

DeepSeek ha ammesso che il suo fatturato reale è “sostanzialmente inferiore” per diversi motivi, tra cui tariffe più basse per alcuni modelli, sconti notturni e il fatto che solo una parte dei suoi servizi è effettivamente monetizzata.

L’accesso via web e app, ad esempio, è ancora gratuito, un fattore che contribuisce alla diffusione della tecnologia, ma non ai ricavi.

Queste dichiarazioni sembrano allora più un’anticipazione di una possibile redditività futura che una fotografia della situazione attuale. Se DeepSeek iniziasse a monetizzare tutti i suoi servizi e riducesse gli sconti, potrebbe effettivamente aumentare i profitti, ma al prezzo di un calo dell’utenza.

Insomma, il 545% di margine dichiarato è più un esercizio teorico che un dato concreto.

La startup cinese ha comunque portato una ventata d’aria fresca nel panorama dell’IA, dimostrando che si possono sviluppare modelli competitivi anche senza le più avanzate tecnologie occidentali.

Il mercato osserva con attenzione: DeepSeek riuscirà davvero a trasformare il suo potenziale in un successo economico?

 

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