La Corea del Sud ha un problema coi deepfake porno

by | 28 Apr 2025 | IA

Illustrazione: XAI
Tempo di lettura: 2 minuti

In Corea del Sud la minaccia dei deepfake porno è diventata un problema di proporzioni allarmanti.

A parlarne è la CNN, che in un lungo articolo racconta di come il governo sia stato costretto a correre ai ripari tra nuove leggi, task force d’emergenza e pressioni sempre più forti sulle piattaforme digitali.

Purtroppo non si tratta di casi isolati ma di un fenomeno sistemico che sta devastando vite reali, e che sta spingendo il Paese a ripensare il proprio approccio ai crimini sessuali digitali.

I deepfake nelle scuole

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, nel solo 2023 più di 900 studenti, insegnanti e membri del personale scolastico hanno denunciato di essere stati vittime di deepfake pornografici.

La crisi si è estesa a tal punto che il governo ha istituito una task force speciale, mentre il Parlamento ha approvato a settembre una modifica legislativa che prevede fino a tre anni di carcere o 30 milioni di won di multa (poco più di 20mila euro) per chiunque possieda o visualizzi contenuti pornografici deepfake.

Creare e distribuire questi materiali senza consenso ora comporta pene ancora più severe, fino a sette anni di prigione.

L’inefficacia della polizia

Nonostante l’inasprimento delle pene e le dichiarazioni ufficiali di impegno, la realtà è che l’efficacia delle forze dell’ordine è ancora limitata.

La polizia nazionale ha esortato i suoi agenti a “prendere l’iniziativa per sradicare completamente i crimini sessuali tramite deepfake”, ma tra gennaio e ottobre 2023, su 964 casi segnalati, sono stati effettuati solo 23 arresti.

La lentezza e le difficoltà nelle indagini dipendono in gran parte dalla natura stessa dei reati digitali, che sfruttano l’anonimato delle piattaforme come Telegram e X per diffondersi.

I problemi con le piattaforme social

La questione della collaborazione tra autorità e piattaforme è diventata centrale.

Ottenere dati da Telegram o X richiede procedure complesse: servono citazioni in giudizio, ordinanze del tribunale o altri documenti ufficiali, inviati attraverso canali formali. E anche in questi casi, non è garantito che le aziende rispondano rapidamente.

X, in particolare, ha una politica che vieta la condivisione di contenuti inautentici che possano ingannare o nuocere alle persone, ma spesso far rispettare queste regole si rivela difficile.

Secondo la normativa interna, inoltre, l’azienda è tenuta ad avvisare gli utenti quando riceve una richiesta di informazioni da parte delle autorità.

Una situazione in miglioramento

Nonostante tutto, qualche segnale positivo si intravede.

A gennaio di quest’anno, per la prima volta, la polizia di Seoul è riuscita a ottenere dati concreti da Telegram, portando all’arresto di quattordici persone – sei delle quali minorenni – accusate di aver sfruttato sessualmente oltre 200 vittime attraverso deepfake.

Telegram ha anche accettato di istituire una hotline diretta con il regolatore dei media sudcoreano e ha rimosso 148 video illegali in seguito a specifiche richieste.

Resta però il problema di fondo: mentre le autorità si muovono a fatica e le piattaforme fanno piccoli passi avanti, il fenomeno continua a colpire duramente.

“Nonostante l’inasprimento delle pene, ci sono ancora troppe vittime i cui colpevoli restano impuniti,” ha dichiarato una delle vittime a CNN. “Per questo, il cambiamento vero sembra ancora molto lontano.”

La Corea del Sud, che ha già vissuto in passato scandali legati alle telecamere nascoste e ai crimini sessuali online, si trova ora di fronte a una sfida nuova e più complessa: difendere la dignità e la sicurezza dei suoi cittadini in un mondo dove anche il falso può distruggere il reale.

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