Il cuore della politica economica di Donald Trump, i dazi doganali sulle importazioni da decine di Paesi, è finito di nuovo nel mirino della giustizia americana.
Una corte federale d’appello ha stabilito che il presidente degli USA non ha l’autorità legale per imporre quelle tariffe, decretando che l’uso della legge del 1977 sull’emergenza economica internazionale (IEEPA, che sta per International Emergency Economic Powers Act) è stato improprio.
Si tratta di una norma concepita per rispondere a minacce alla sicurezza nazionale, in particolare per imporre sanzioni economiche e non per introdurre nuove politiche commerciali. Nelle parole dei giudici, “in assenza di una valida delega da parte del Congresso, il Presidente non ha l’autorità di imporre tasse”.
Ma i dazi restano in vigore
La decisione non ha però effetti immediati. I dazi restano infatti in vigore, almeno fino a quando la Casa Bianca non porterà la questione davanti alla Corte Suprema.
La procuratrice generale Pam Bondi ha confermato che il Dipartimento di Giustizia presenterà ricorso. Trump, come prevedibile, non ha perso tempo a trasformare la vicenda in un atto politico: su Truth Social ha attaccato i giudici parlando di una “corte d’appello altamente partigiana” e avvertendo che “se questi dazi venissero mai eliminati, sarebbe un disastro totale per il Paese”.
.@POTUS Trump found there was a national emergency and took action under the law by imposing tariffs.
The judges of the Federal Circuit are interfering with the President’s vital and constitutionally central role in foreign policy.
This decision is wrong and undermines the…
— Attorney General Pamela Bondi (@AGPamBondi) August 29, 2025
In un altro passaggio ha rilanciato il suo messaggio chiave: “Gli Stati Uniti non tollereranno più enormi deficit commerciali e barriere imposte da altri Paesi, amici o nemici”.
Il punto più delicato della vicenda riguarda però il destino dei miliardi di dollari già incassati attraverso le tariffe. La corte d’appello ha rimandato a un tribunale inferiore la decisione su eventuali rimborsi alle aziende che hanno pagato i dazi.
Se i giudici dovessero imporre un rimborso generalizzato a tutte le imprese, e non solo a chi ha fatto causa, si tratterebbe di un autogol clamoroso per la Casa Bianca, costretta a restituire somme ingenti e a riconoscere di aver basato la propria politica su fondamenta giuridiche traballanti.
La difesa di Trump e le obiezioni degli economisti
Trump continua a sostenere che i dazi siano la risposta necessaria a decenni di pratiche commerciali scorrette che hanno impoverito l’industria manifatturiera americana. Ha promesso che le tariffe inaugureranno una nuova “età dell’oro” per le fabbriche statunitensi.
Ma i numeri raccontano altro: i posti di lavoro manifatturieri negli Stati Uniti calano dal 1979, soprattutto per effetto dell’automazione. La maggior parte degli economisti avverte che i dazi non potranno invertire questa tendenza e che, al contrario, stanno già producendo costi più alti per le aziende che dipendono da componenti importati e per i consumatori.
L’inflazione, in alcuni settori, ha iniziato a salire proprio a causa delle tariffe, mentre il mercato del lavoro mostra segnali di indebolimento. In altre parole, le misure volute dal presidente stanno colpendo anche quella classe media che Trump dice di voler proteggere.
La battaglia politica e i prossimi scenari
Nonostante queste obiezioni, il presidente insiste sulla legittimità politica e giuridica della sua strategia. “Se i dazi cadessero, distruggerebbero letteralmente gli Stati Uniti d’America”, ha ribadito, alzando ulteriormente i toni. Una retorica che mira a trasformare la questione legale in un referendum politico sulla sua leadership.
La Casa Bianca, nel frattempo, potrebbe cercare vie alternative per mantenere in piedi la politica tariffaria, ad esempio ricorrendo a leggi già usate per introdurre tariffe su acciaio, alluminio e automobili.
Resta però l’incertezza: l’esito della battaglia legale determinerà se i dazi, cardine del trumpismo economico, sopravviveranno o finiranno archiviati come un esperimento fallito.
Quel che è certo è che, al di là dei tecnicismi giuridici, questa partita ha già avuto effetti tangibili su imprese e cittadini americani. E il rischio paventato di un maxi-rimborso alle aziende che hanno pagato le tariffe potrebbe trasformare una bandiera politica in un boomerang finanziario per il presidente.


