Le tensioni commerciali tra le grandi potenze mondiali sono in costante aumento, con Stati Uniti ed Europa in prima linea nel tentativo di contrastare la crescente influenza economica della Cina. I provvedimenti commerciali, caratterizzate da tariffe e misure anti-dumping, mirano a proteggere le industrie nazionali dalle pratiche ritenute sleali da parte dei produttori cinesi.
In questo contesto, l’Unione Europea ha recentemente intensificato i suoi sforzi per difendere i propri mercati da quella che considera una concorrenza iniqua. E ha contestualmente avviato diverse indagini per verificare se i produttori cinesi stiano vendendo prodotti sovvenzionati a prezzi inferiori sul mercato europeo e se le aziende cinesi operanti all’interno dell’UE beneficino ingiustamente di sussidi statali.
L’Unione Europea applicherà così dazi su numerose categorie merceologiche cinesi. Per quanto riguarda l’automotive, ad esempio, l’Europa imporrà nuovi dazi sui veicoli elettrici cinesi d’importazione, a causa di quelle che ha definito sovvenzioni eccessive.
Saranno applicate tariffe del 21% per le aziende considerate collaborative con l’indagine in corso e del 38,1% per quelle che non lo sono. BYD vedrà dunque i suoi prezzi maggiorati del 17,4%, Geely del 20% e SAIC del 38,1%. I nuovi dazi si aggiungeranno alla tariffa UE già esistente del 10%. I dazi provvisori saranno applicati entro il 4 luglio, con l’indagine anti-sovvenzioni che proseguirà fino al 2 novembre, quando potrebbero essere applicati dazi definitivi, tipicamente per cinque anni.
La Commissione ha avviato il 16 maggio un’indagine anti-dumping sui prodotti laminati di ferro o acciaio stagnato provenienti dalla Cina. Il giornale ufficiale dell’UE ha riportato che l’indagine segue una denuncia dell’associazione europea dell’acciaio, Eurofer. La Commissione Europea ha anche avviato un’indagine anti-dumping sulle importazioni di pavimenti in legno il 16 maggio, a seguito di una denuncia della Federazione Europea del Parquet.
La Commissione Europea il 24 aprile ha anche avviato un’indagine sugli appalti pubblici cinesi di dispositivi medici. L’indagine è la prima condotta nell’ambito dello Strumento Internazionale per gli Appalti Pubblici dell’UE, che mira a prevenire che i paesi favoriscano ingiustamente i fornitori nazionali.
Se la Commissione rileverà che i fornitori europei non hanno un accesso equo al mercato cinese, potrebbe imporre restrizioni alle aziende cinesi di dispositivi medici nella partecipazione alle gare d’appalto pubbliche nell’UE. L’indagine deve concludersi entro nove mesi, anche se la Commissione può prorogare questo periodo di ulteriori cinque mesi.
L’UE sta anche indagando sui sussidi ricevuti dai fornitori cinesi di turbine eoliche destinate all’Europa, ha detto il 9 aprile la commissaria antitrust del blocco, Margrethe Vestager. L’indagine riguarderà lo sviluppo di parchi eolici in Spagna, Grecia, Francia, Romania e Bulgaria. La Commissione Europea chiuderà la sua indagine sui partecipanti cinesi a una gara d’appalto pubblica per un parco solare in Romania dopo che le aziende si sono ritirate dal processo, ha dichiarato il 13 maggio il Commissario europeo per l’Industria Thierry Breton.
La Commissione aveva avviato due indagini il 3 aprile per verificare se i partecipanti cinesi avessero beneficiato eccessivamente di sovvenzioni nella gara per un contratto. Ha inizialmente indagato su un consorzio composto dal gruppo romeno ENEVO e una sussidiaria della cinese LONGi Green Energy Technology Co. Il secondo consorzio indagato era composto da sussidiarie del gruppo statale cinese Shanghai Electric Group Co. Breton ha detto che la Commissione ha preso atto del ritiro di LONGi Solar e Shanghai Electric dalla gara e chiuderà quindi l’indagine.
La Cina ovviamente non sta a guardare e dichiara che l’indagine è “discriminatoria” nei confronti delle imprese cinesi. E paventa il rischio di ritorsioni.
Se così fosse, si tratterebbe di una guerra commerciale i cui risultati potremmo non essere pronti ad affrontare. Cominciamo col dire che, come al solito, l’Europa si presenterebbe allo scontro in ordine sparso. Come segnala La Repubblica, Francia e Spagna sostengono l’iniziativa, mentre il ministro italiano Urso esprime “soddisfazione” e parla di una “possibilità di riaffermare in Italia l’industria automobilistica”. Ben diversa è la posizione di Berlino, che insieme a Svezia e Ungheria, ha ampi interessi in Cina.
Ma quand’anche l’Europa presentasse finalmente un fronte unito, bisogna tenere a mente che la Cina potrebbe decidere di imporre lei dei dazi sui prodotti occidentali. In tal caso Stati Uniti ed Europa potrebbero subire notevoli danni economici.
Le esportazioni verso la Cina diminuirebbero, colpendo settori chiave come l’automotive, l’aeronautica, l’elettronica di consumo e i beni di lusso. Questo porterebbe immancabilmente a una perdita di posti di lavoro e a un aumento dei costi di produzione per le aziende che dipendono dalle materie prime cinesi, con conseguente aumento dei prezzi per i consumatori.
Le aziende con una forte esposizione al mercato cinese vedrebbero inoltre una svalutazione delle loro azioni, mentre l’inflazione aumenterebbe a causa dei maggiori costi di produzione e dei beni importati. Inoltre, le ritorsioni commerciali potrebbero innescare una spirale di misure protezionistiche, danneggiando ulteriormente il commercio internazionale e causando una perdita di fiducia degli investitori.
Le catene di approvvigionamento globali, di cui molte aziende occidentali dipendono, potrebbero infine essere interrotte, causando ritardi nella produzione e nella consegna dei prodotti. Insomma, i dazi cinesi sui prodotti occidentali potrebbero avere gravi conseguenze per l’economia degli Stati Uniti e dell’Europa. E, come abbiamo più volte scritto, ci piacerebbe sapere che fine hanno fatto gli alfieri della globalizzazione che, negli scorsi decenni hanno spostato tutto il know-how occidentale a oriente, elevando di fatto la tecnologia cinese al livello di con quella occidentale.
Parimenti, ci piacerebbe sentire che hanno da dire oggi coloro che a Bruxelles hanno deciso di smantellare l’industria automobilistica europea per passare all’elettrico, notoriamente in mano alla Cina. E che ora che BYD è diventata leader mondiale nella produzione di EV, si accorgono dei milioni di posti di lavoro che la loro scarsa lungimiranza sta mettendo a rischio.


