Cyber USA a rischio: fuga di cervelli dalla CISA sotto Trump

da | 4 Giu 2025 | Tecnologia, Politica

Tempo di lettura: 2 minuti

Mentre la Casa Bianca spinge per una strategia più aggressiva in ambito cyber, mirando a colpire Paesi come la Cina con operazioni offensive digitali, la CISA, la principale agenzia di difesa informatica americana, sta perdendo pezzi. Letteralmente.

La Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, organo del Dipartimento per la Sicurezza Interna, ha visto infatti andarsene oltre 1.000 persone da quando Donald Trump ha avviato il suo secondo mandato. È quasi un terzo dell’intero organico, che da 3.732 persone è sceso a poco più di 2.600.

La riduzione del personale, se confermata, anticiperebbe di fatto l’effetto dei tagli previsti nel bilancio federale per il 2026. Secondo Axios, infatti, la Casa Bianca ha proposto una sforbiciata di 1.083 posizioni, ma quei numeri sono già stati raggiunti e superati a causa di un esodo silenzioso ma massiccio.

Incentivi di massa e dipartimenti smantellati

A facilitare il deflusso sono stati due round di incentivi all’uscita anticipata, offerti dal Dipartimento della Sicurezza Interna.

Nei soli ultimi due mesi, circa 600 dipendenti hanno aderito all’ultima offerta, lasciando l’incarico venerdì scorso. A questi si aggiungono i 174 che avevano già accettato il primo pacchetto a marzo.

Ma i numeri non si fermano qui: fonti informate indicano che il resto delle uscite riguarda personale impiegato su contratti governativi o in team interni ormai smantellati, come l’unità per l’integrità elettorale o gli uffici dedicati a diversità e inclusione.

L’emorragia sembra aver colpito anche alcune delle aree più visibili e innovative dell’agenzia. Secondo Axios, quasi tutti i dirigenti senior se ne sono andati. Il segnale è chiaro: non si tratta solo di pensionamenti o riorganizzazioni fisiologiche, ma di un vuoto strategico che rischia di indebolire la risposta nazionale alle minacce informatiche.

“Abbiamo perso i migliori”

A lanciare l’allarme è stato anche Jack Cable, ex dipendente della CISA e oggi CEO della startup Corridor. In un’audizione tenutasi la scorsa settimana nella Silicon Valley, Cable ha dichiarato ai legislatori: “Ho visto con i miei occhi come la CISA ha perso le sue menti migliori. Di fronte a minacce crescenti, non possiamo permetterci di indebolire la nostra agenzia di difesa informatica. Così facendo, rendiamo il Paese meno sicuro”.

Preoccupazioni condivise da molti esperti del settore, che temono un cortocircuito: da un lato un’amministrazione che promette una postura più aggressiva nel cyberspazio, dall’altro un’agenzia federale che perde competenze, risorse e capacità operative. La formula ideale per lasciare vulnerabili infrastrutture critiche come centrali elettriche, reti idriche e sistemi elettorali.

Le nuove nomine della CISA

La risposta ufficiale della CISA, affidata alla direttrice esecutiva Bridget Bean, cerca di rassicurare: “Abbiamo il team giusto per affrontare le minacce informatiche. Stiamo raddoppiando gli sforzi per proteggere le infrastrutture critiche del Paese”.

Secondo quanto riportato da Politico, però, l’agenzia ha persino considerato di cancellare i piani per futuri licenziamenti, vista l’enorme risposta ricevuta agli incentivi all’uscita volontaria.

Nel frattempo, si registrano le prime nuove nomine ai vertici: Madhu Gottumukkala, ex CIO del Bureau of Information and Technology del South Dakota, è stato nominato vicedirettore, mentre Kate DiEmidio, già vicepresidente per gli affari governativi presso la società Dragos, è ora a capo delle relazioni legislative della CISA.

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Giovedì prossimo sarà ascoltato in Senato Sean Plankey, scelto da Trump per guidare l’agenzia. Dovrà rispondere a molte domande sul futuro di una CISA sempre più sotto pressione, chiamata a difendere la nazione in un cyberspazio sempre più affollato. Ma con meno risorse a disposizione.

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