Quando un memo della Casa Bianca filtra alla stampa a così breve distanza dall’incontro tra Xi Jinping e il presidente Trump a Busan, il tempismo fa inevitabilmente sorgere delle domande.
In casi del genere, ad esempio, ci si chiede sempre perché un’informazione così delicata emerga proprio in questo momento, chi possa aver avuto interesse a farla trapelare e quale effetto politico o diplomatico possa produrre una fuga di notizie di questa natura.
Se non fosse chiaro ci riferiamo all’articolo del Financial Times, che rivela l’esistenza di un documento del governo americano in cui Alibaba verrebbe accusata di aver fornito all’EPL (Esercito Popolare di Liberazione, cioè l’esercito della Repubblica Popolare Cinese) l’accesso a determinate tecnologie e a una serie di dati sensibili relativi agli utenti statunitensi.
Secondo il celebre quotidiano, il memo fa riferimento a informazioni declassificate di livello top secret e sostiene che tali capacità rappresenterebbero una minaccia per la sicurezza nazionale americana.
Il problema è che il quotidiano precisa subito un punto chiave: non ha potuto verificare in modo indipendente il contenuto del memo. Una circostanza che, in un caso di questa portata, pesa quanto l’accusa stessa.
Nello stesso documento, inoltre, non viene specificato quali sarebbero stati gli obiettivi statunitensi eventualmente presi di mira.
Alibaba, contattata da Bloomberg, ha definito le accuse “completamente false” e ha messo in discussione “la motivazione dietro la fuga di notizie anonima”, attribuendola a “una voce isolata che cerca di minare il recente accordo commerciale del presidente Trump con la Cina”. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha parlato apertamente di “distorsione dei fatti” e di accuse “prive di fondamento”».
Dati, infrastrutture cloud e vulnerabilità zero-day
Secondo quanto riportato dal FT, Alibaba avrebbe fornito al governo cinese e all’Esercito Popolare di Liberazione accesso a indirizzi IP, informazioni Wi-Fi, registri di pagamento e servizi di intelligenza artificiale.
L’articolo aggiunge inoltre che alcuni dipendenti avrebbero condiviso con l’EPL conoscenze su vulnerabilità “zero-day”, ossia falle di sicurezza sconosciute ai produttori e quindi particolarmente preziose per operazioni offensive.
Per Washington, il tema si inserisce nella preoccupazione, consolidata dal caso Huawei, che i fornitori cloud cinesi possano essere obbligati per legge a condividere dati con le autorità di Pechino. Un quadro che la Casa Bianca considera una possibile minaccia sistemica in un’epoca in cui i dati sono parte centrale della competizione strategica tra le due potenze.
Da parte nostra, però, ricordiamo che anche gli Stati Uniti dispongono di normative come il CLOUD Act e il Patriot Act, che in determinate circostanze consentono al governo di obbligare le aziende americane a consegnare i dati degli utenti, anche quando archiviati all’estero. Come ad esempio in Europa.
Ciò non significa che il memo rappresenti un’accusa provata. Di certo però è l’esempio di un clima politico teso, in cui le tecnologie cloud e l’intelligenza artificiale diventano terreni di competizione geopolitica, economica e militare.
Ma che c’entrano le Olimpiadi?
La questione però non si esaurisce nel perimetro del cloud. Negli ultimi mesi, diversi parlamentari statunitensi hanno messo nel mirino anche la partnership tra Alibaba e il Comitato Olimpico Internazionale.
Per la delegazione repubblicana che guida le commissioni della Camera su Cina e sicurezza interna, il coinvolgimento del gruppo cinese nelle infrastrutture digitali delle Olimpiadi rappresenta un rischio potenziale per i giochi di Los Angeles 2028.
Nella loro lettera alla segretaria per la Sicurezza Interna Kristi Noem, i rappresentanti John Moolenaar e Andrew Gabarino scrivono che “la fornitura di servizi cloud, e-commerce, biglietteria e broadcasting nelle precedenti Olimpiadi ha già dato all’azienda accesso sostanziale ai sistemi e al personale”.
Temono insomma che questo possa offrire alla Cina un punto d’ingresso privilegiato sulle infrastrutture digitali di un grande evento ospitato in territorio americano. È un timore che riflette anch’esso il clima politico imperante, e che riportiamo pur non trattandosi di un’evidenza tecnica.
Alibaba e la minaccia del delisting
Il congresso non si è limitato alle Olimpiadi. Moolenaar, che presiede la commissione della Camera sulla Cina, ha già chiesto alla Securities and Exchange Commission di valutare la sospensione delle contrattazioni e la rimozione di Alibaba dalle borse statunitensi, sempre per via dei presunti legami con le agenzie militari e di intelligence cinesi.
Il ‘delisting’ significa che l’azienda verrebbe esclusa dagli scambi sui listini azionari USA. Per una multinazionale come Alibaba, significherebbe perdere accesso al più grande mercato finanziario del mondo, con possibili danni reputazionali, aumento del costo del capitale e perdita di fiducia da parte degli investitori occidentali.
Una mossa simile, anche se solo ventilata, contribuisce a rafforzare la pressione americana su Pechino in un momento in cui la tecnologia è diventata il terreno principale della rivalità globale.
Cosa resta del caso
Al di là delle accuse, tutte contestate e non verificate indipendentemente, l’episodio rivela come qualsiasi avanzamento tecnologico cinese sia ormai filtrato dall’amministrazione statunitense attraverso la lente della sicurezza nazionale. E come ogni fuga di notizie “a orologeria” possa trasformarsi in un terremoto diplomatico.
Nel frattempo, Alibaba continua a spingere sull’intelligenza artificiale e prepara una nuova versione della sua app generativa per competere con OpenAI, mentre il resto del settore cinese, da Minimax a DeepSeek, accelera sul fronte dei modelli fondazionali.
Tra accuse pesanti, smentite immediate e pressioni politiche, resta un fatto: nella nuova competizione globale per l’IA, ogni azienda tecnologica è ormai anche un soggetto geopolitico.
Fonti: Bloomberg, South China Morning Post


