Mentre l’Occidente si sta scoprendo povero di data center nella corsa all’IA, c’è chi dall’altra parte del mondo ne ha anche troppi. Ma non si pensi che questo surplus non comporti anch’esso dei problemi.
Secondo Reuters, infatti, la Cina si sta preparando a razionalizzare uno dei settori più caotici del suo sviluppo tecnologico: quello appunto dei data center.
Dopo anni di boom incontrollato, con migliaia di centri costruiti su spinta delle amministrazioni locali, Pechino cambia rotta. E l’obiettivo ora non è più solo costruire ma riutilizzare e ottimizzare.
Per farlo, il governo punta a creare una rete nazionale capace di vendere potenza di calcolo inutilizzata, coordinando il controllo e trasformando lo spreco in risorsa strategica.
Data Center, un boom fuori controllo
La mossa arriva in un momento delicato. L’eccesso di offerta ha generato un surplus di capacità, con strutture sottoutilizzate, costi in crescita e ritorni economici sempre più incerti. E mentre gli Stati Uniti corrono per rafforzare la propria infrastruttura digitale, la Cina rischia che la sua potenza di calcolo diventi un boomerang.
“Tutto verrà trasferito sul nostro cloud, che si occuperà dell’organizzazione, dell’orchestrazione e della programmazione in modo centralizzato”, ha dichiarato Chen Yili, vice ingegnere capo della China Academy of Information and Communications Technology. Il piano, ha aggiunto, prevede una connessione standardizzata di tutte le risorse pubbliche di calcolo entro il 2028.
Tutto è cominciato nel 2022, con il lancio dell’iniziativa “Eastern Data, Western Computing”. L’idea era semplice: costruire data center nelle regioni occidentali del Paese, dove l’energia costa meno, per servire i centri economici dell’est.
Ma nel giro di poco tempo, il piano si è trasformato in una corsa agli investimenti pubblici. Perché tutto il mondo è paese.
Secondo dati analizzati da Reuters, nel 2023 gli investimenti statali in infrastrutture di calcolo hanno raggiunto i 24,7 miliardi di yuan, contro i 2,4 miliardi dell’anno precedente. Nei primi mesi del 2025 sono già stati spesi altri 12,4 miliardi, in gran parte nella remota regione dello Xinjiang.
Un cloud pubblico da unificare
Il problema è che la domanda reale non ha tenuto il passo. Il Ministero dell’Industria ha già autorizzato oltre 7.000 centri di calcolo ma il tasso di utilizzo medio si aggira tra il 20% e il 30%, secondo quattro fonti vicine al settore. Non sorprende, quindi, che negli ultimi 18 mesi più di 100 progetti siano stati cancellati, contro appena 11 nel corso del 2023.
Le amministrazioni locali iniziano dunque a fare i conti con il fatto che questi colossi digitali non sono così redditizi come sperato. E per recuperare efficienza e coordinamento, il governo punta ora a costruire un’infrastruttura cloud centralizzata.
Il Ministero dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione (MIIT) è al lavoro con China Mobile, China Unicom e China Telecom per connettere i data center esistenti in una rete unica che consenta di vendere potenza computazionale inutilizzata.
Ma la realizzazione di questa visione è tutt’altro che semplice. Il governo si era posto come obiettivo una latenza massima di 20 millisecondi entro il 2025, soglia necessaria per applicazioni sensibili come il trading ad alta frequenza.
Molte delle strutture costruite nelle regioni occidentali non sono però ancora in grado di garantire queste prestazioni, a causa della distanza geografica e della mancanza di reti ad alta capacità.
Stop ai piccoli progetti locali
Proprio per frenare la proliferazione di iniziative scollegate tra loro, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (NDRC) ha avviato una valutazione a livello nazionale.
Da marzo 2025, i nuovi progetti sono sottoposti a verifiche più severe, mentre alle amministrazioni locali è stato vietato partecipare a progetti infrastrutturali di piccola scala. Secondo una fonte interna, saranno introdotte soglie minime di utilizzo e obblighi contrattuali di acquisto della potenza computazionale, per evitare che si continui a costruire senza una reale domanda di mercato.
Il punto critico resta la coesistenza di tecnologie eterogenee. L’integrazione di chip e architetture diverse (Nvidia, Huawei, ecc.) in un unico sistema cloud è infatti una sfida tecnica significativa.
Ma secondo Chen, la strada è segnata: “Gli utenti non dovranno preoccuparsi dei chip utilizzati. Dovranno solo specificare le loro esigenze in termini di potenza di calcolo e capacità di rete”.
Riuscirà la Cina a trasformare un eccesso in un vantaggio competitivo? La risposta è nelle mani di chi saprà costruire una rete all’altezza delle promesse.


