La Cina accelera sul fronte diplomatico dell’intelligenza artificiale e propone la creazione di una nuova organizzazione internazionale per regolare lo sviluppo e la condivisione delle tecnologie IA.
L’annuncio è arrivato dal premier Li Qiang durante l’apertura della World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, un evento che, tra forum e padiglioni espositivi, ha assunto sempre più i contorni di una vetrina geopolitica, soprattutto in una fase in cui Stati Uniti e Cina si contendono il primato nella corsa tecnologica.
Senza mai nominare esplicitamente Washington, Li ha criticato l’idea che l’IA diventi “un gioco esclusivo” per pochi Paesi e poche aziende.
Ha auspicato invece che ogni nazione e ogni impresa possano avere pari accesso alla tecnologia, dichiarando che la Cina è pronta a condividere con il mondo, in particolare con i Paesi del Sud globale, le sue esperienze e i suoi strumenti.
La proposta è ambiziosa: dar vita a un quadro multilaterale che favorisca la cooperazione, superando le attuali frammentazioni normative e istituzionali che, secondo Pechino, stanno frenando la governance internazionale dell’intelligenza artificiale.
La proposta cinese: una sede a Shanghai, aperta al mondo
Durante un tavola rotonda con rappresentanti di oltre 30 Paesi (tra cui Russia, Sudafrica, Qatar, Corea del Sud e Germania), il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu ha avanzato l’idea di ospitare a Shanghai il quartier generale della futura organizzazione.
Contestualmente, il Ministero degli Esteri ha pubblicato un piano d’azione per la governance globale dell’IA, rivolto a governi, istituzioni accademiche, imprese e organizzazioni internazionali. L’obiettivo? Incentivare lo scambio transfrontaliero di conoscenze e la creazione di una comunità open source globale.
La Cina cerca così di posizionarsi come attore costruttivo e inclusivo, in netto contrasto con la strategia adottata dagli Stati Uniti. Solo pochi giorni fa, infatti, l’amministrazione Trump ha presentato un piano per espandere le esportazioni di tecnologie IA verso gli alleati occidentali, nel tentativo di consolidare il vantaggio competitivo americano e arginare l’avanzata cinese.
Una mossa che, letta da Pechino, suona come un tentativo di bloccare la diffusione della tecnologia invece che favorirne l’adozione globale.
Il grande assente: Elon Musk
Tra i dettagli più commentati dell’edizione 2025 della conferenza, spicca un’assenza: Elon Musk non ha partecipato all’apertura, né di persona né in video. Una scelta in netta discontinuità con gli anni passati, quando il CEO di Tesla era sempre stato presente, talvolta anche con interventi a sorpresa.
L’assenza di Musk arriva in un momento delicato. I suoi rapporti con l’amministrazione Trump sono sempre delicati, dopo settimane di tensione legate ai contratti federali con SpaceX. Partecipare a un evento strategicamente rilevante per la Cina, e farlo pubblicamente, avrebbe probabilmente esacerbato le frizioni già in corso.
In questo contesto, il silenzio di Musk sembra più una manovra diplomatica che una semplice agenda troppo piena.
La Cina, tra esposizione e soft power
La conferenza di Shanghai ha anche una forte componente espositiva, dove oltre 800 aziende (prevalentemente cinesi) stanno presentando le ultime novità in fatto di IA, robotica e modelli linguistici avanzati.
Presenti i big come Huawei e Alibaba, accanto a realtà emergenti come Unitree, specializzata in robot umanoidi. Ma non mancano nemmeno le presenze occidentali, tra cui Tesla, Alphabet e Amazon, segno che, al di là delle tensioni politiche, la dimensione economica dell’IA resta profondamente interconnessa.
Tra i relatori di quest’anno figurano anche personalità di rilievo come Geoffrey Hinton, noto come il “padrino dell’IA”, l’ex CEO di Google Eric Schmidt e Anne Bouverot, inviata speciale del presidente francese per l’intelligenza artificiale.
La presenza di esperti occidentali testimonia l’interesse, se non altro intellettuale e accademico, per la proposta cinese, ma anche la difficoltà di delineare uno scenario multilaterale realmente condiviso.
Mentre Pechino punta a un nuovo ordine globale dell’intelligenza artificiale, Washington stringe le alleanze per difendere il proprio primato tecnologico. Il campo di battaglia non è più solo industriale o militare: è anche, e soprattutto, quello della governance.


