La Cina, qualche giorno fa, era stata piuttosto chiara in merito al nuovo e annunciato giro di vite americano sulle esportazioni di semiconduttori verso la Cina.
Il ministro del Commercio cinese, He Yadong, aveva infatti così dichiarato: “Se gli USA insisteranno, la Cina prenderà contromisure necessarie per proteggere con fermezza i diritti delle sue imprese”.
Gli USA, come da copione, hanno imposto per la quarta volta restrizioni verso la Cina, e ora ci troviamo a commentare le reazioni di quest’ultima. Che finiranno con l’impattare direttamente e indirettamente anche le aziende statunitensi.
La reazione della Cina
Il nuovo capitolo della complessa disputa tra USA e Cina è stato scritto il 3 dicembre, quando Pechino ha vietato l’esportazione di prodotti legati a gallio, germanio, antimonio e materiali superduri verso gli Stati Uniti.
Ma già il 1° dicembre la Cina aveva rafforzato i controlli sulle esportazioni di prodotti “a doppio uso”, utilizzabili sia per scopi civili sia militari.
Questi cambiamenti richiedono agli esportatori cinesi di fornire dettagli sui destinatari finali, permettendo a Pechino di monitorare le dipendenze della filiera statunitense nel settore militare-industriale.
La Cina può permettersi mosse come queste in quanto domina l’estrazione e la lavorazione di materiali rari essenziali per tecnologie avanzate, dalla produzione di chip ai magneti.
Quest’anno, peraltro, Pechino ha già imposto limiti all’export di antimonio, usato in munizioni e missili a infrarossi, e di grafite, fondamentale per le batterie dei veicoli elettrici.
Risposte a catena e motivazioni strategiche
Le restrizioni cinesi, dicevamo, arrivano in risposta alle limitazioni imposte dagli Stati Uniti sull’industria cinese dei semiconduttori.
E confermano l’intenzione di Pechino di rafforzare il controllo sulle risorse strategiche e di usarle come leva nelle negoziazioni internazionali.
La Cina però non si limita a intervenire sulle esportazioni. A maggio, il governo ha escluso il produttore statunitense di chip Micron da alcuni acquisti governativi, citando questioni di sicurezza.
Recenti accuse dell’Associazione cinese per la cybersicurezza contro Intel, uno dei maggiori fornitori di chip per il mercato cinese, suggeriscono che altre aziende potrebbero essere prese di mira.
Parallelamente, le imprese statunitensi in Cina segnalano un aumento di ostacoli burocratici, come rallentamenti doganali e ispezioni più rigide, soprattutto durante i periodi di maggiore tensione commerciale.
La lista degli “enti inaffidabili” e la legge sulle sanzioni straniere
Un altro strumento di pressione cinese è la “lista degli enti inaffidabili”, usata per la prima volta a settembre contro PVH Corp, azienda proprietaria di Tommy Hilfiger e Calvin Klein, accusata di boicottare il cotone dello Xinjiang in conformità con le regole statunitensi.
In passato, Pechino aveva già inserito nella lista aziende coinvolte nella vendita di armi a Taiwan, come Lockheed Martin e Raytheon.
Dal 2021, inoltre, la Cina dispone di una legge contro le sanzioni straniere, utilizzata per colpire società che, a suo avviso, danneggiano la sicurezza nazionale cinese.
L’episodio che ha coinvolto il produttore di droni Skydio, sanzionato a ottobre, ha evidenziato come questa legge possa rapidamente interrompere le catene di approvvigionamento.
Mentre gli Stati Uniti intensificano le loro misure contro l’industria tecnologica cinese, Pechino risponde con contromosse sempre più incisive. E la crescente dipendenza americana da risorse e prodotti cinesi rende difficile prevedere un esito positivo nel breve termine.
Come sottolineato dal quotidiano statale Global Times, queste tensioni non solo minano i rapporti tra le due potenze ma rischiano di avere ripercussioni economiche globali, colpendo settori industriali chiave e aumentando i costi per entrambe le economie.
E, inevitabilmente, anche per noi europei.


