Nel solo primo trimestre del 2025, il consumo elettrico dei servizi informatici e dei data centre in Cina è cresciuto del 44 per cento su base annua, arrivando a 22,9 miliardi di kilowattora. Le stime ufficiali parlano addirittura di un superamento dei 400 miliardi di kilowattora annui entro il 2030, più dell’intera produzione elettrica di molti paesi europei.
I costi energetici pesano già tra il 50 e il 70 per cento delle spese operative in molti impianti. È in questo contesto che Pechino ha pubblicato venerdì un piano d’azione per allineare la corsa all’intelligenza artificiale agli obiettivi climatici nazionali.
Il documento è frutto di una regia a quattro mani tra la National Energy Administration, la National Development and Reform Commission, il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione e la National Data Administration.
La scelta di coinvolgere simultaneamente quattro enti di controllo, che coprono rispettivamente energia, pianificazione macroeconomica, industria e governance dei dati, segnala che Pechino considera l’integrazione tra IA ed energia una questione di coordinamento sistemico e non una questione da delegare a un singolo dicastero.
Cina: 29 misure, un obiettivo al 2030
Il piano propone 29 misure concrete e il cuore del documento è rendere la quota di elettricità verde un indicatore chiave nella valutazione operativa dei nuovi data centre.
Gli operatori saranno incoraggiati ad aumentare progressivamente quella quota attraverso i mercati dei certificati verdi e del commercio di energia rinnovabile. Inoltre, il piano prevede la sostituzione dei generatori diesel di emergenza con sistemi di alimentazione più puliti.
L’orizzonte dichiarato è il 2030, con l’obiettivo di costruire, nelle parole dei regolatori, “un nuovo modello di sviluppo di integrazione profonda tra IA ed energia”.
Il piano non si ferma alla sostenibilità ambientale: tra le 29 misure figura anche la spinta esplicita ad adottare hardware e software IA made in China nel settore energetico. Chip domestici compresi, che andranno ottimizzati per le specifiche esigenze del comparto. In altri termini, siamo di fronte a un’agenda industriale travestita da piano green.
La strategia dietro
La parte meno visibile del documento riguarda la distribuzione geografica dei data centre. La domanda elettrica in forte crescita ha già accelerato lo spostamento degli impianti verso le province settentrionali e occidentali della Cina, dove le risorse eoliche e solari sono abbondanti e i prezzi dell’elettricità sono più bassi.
Come abbiamo raccontato a gennaio, Pechino sta costruendo infrastrutture fisiche colossali per rendere percorribile questo spostamento: la linea di trasmissione ultra-alta tensione Tibet-Guangdong, attesa per il 2029, è progettata per consegnare oltre 43 miliardi di kilowattora l’anno dalle montagne tibetane ai poli manifatturieri costieri e ai data centre che alimentano l’industria dell’IA.
Il piano pubblicato venerdì è la traduzione in regole di ciò che Pechino sta già costruendo con cemento e cavi ad alta tensione. I due livelli (costruzione delle reti di trasmissione e regolamentazione del consumo verde), sono pensati per funzionare insieme.
L’obiettivo è trasformare la capacità rinnovabile cinese in un vantaggio competitivo nella corsa globale alla potenza di calcolo, riducendo al tempo stesso la dipendenza da fornitori stranieri lungo tutta la filiera, dai chip agli impianti.
Il confronto con il resto del mondo
Preoccupazioni analoghe esistono negli Stati Uniti e in Europa, dove fornitori di energia e regolatori avvertono da mesi che la rapida espansione dei data centre rischia di mettere sotto pressione reti elettriche già sollecitate. La differenza, però, è nel tipo di risposta.
Negli USA il problema si manifesta in forma caotica: come abbiamo raccontato, il CEO di Microsoft Satya Nadella ha ammesso pubblicamente di avere GPU per l’IA ferme in magazzino perché mancano data centre con sufficiente potenza elettrica. In Europa, la risposta è ancora più frammentata, affidata alle iniziative dei singoli paesi (con la Francia che punta sul surplus nucleare), piuttosto che a una strategia continentale coordinata.
La Cina, invece, prova a tenere insieme le diverse dimensioni del problema in un unico quadro: domanda crescente, obiettivi climatici, autonomia tecnologica, riequilibrio geografico.
Se il piano riuscirà a tradursi in risultati concreti entro il 2030 è ancora tutto da vedere ma l’approccio sistemico, in sé, è già una risposta alla frammentazione che caratterizza il resto del mondo.
Fonte: South China Morning Post


