La Cina blocca le terre rare, Trump risponde con nuovi dazi al 100%

da | 11 Ott 2025 | Politica, Tech War

Donald Trump e Xi Jinping. | Foto: AP Photo/Susan Walsh

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è tornata a infiammarsi. Pechino ha imposto nelle scorse ora nuove e severe restrizioni sull’esportazione di minerali di terre rare, materiali fondamentali per la produzione di semiconduttori, magneti e batterie, di fatto colpendo il cuore dell’industria tecnologica globale.

Washington ha reagito immediatamente: Donald Trump ha annunciato un dazio aggiuntivo del 100% su tutte le importazioni cinesi e il divieto di esportare “qualsiasi software critico” verso la Repubblica Popolare.

Le nuove regole cinesi e il rischio per i chip

Le nuove norme varate da Pechino impongono alle aziende straniere di ottenere un’autorizzazione per esportare qualsiasi materiale che contenga anche solo tracce di terre rare di origine cinese.

Le restrizioni, di difficile applicabilità, riguardano in particolare componenti usati per la produzione di semiconduttori e per la ricerca avanzata in intelligenza artificiale con possibili applicazioni militari.

È la misura più dura mai adottata dalla Cina nel settore, e la prima che mira esplicitamente a esercitare un controllo extraterritoriale sull’intera catena tecnologica mondiale.

La decisione ha già avuto le prime ripercussioni. Secondo fonti industriali, ASML, l’unica azienda al mondo in grado di produrre i macchinari litografici necessari alla realizzazione dei chip più avanzati, si sta preparando a possibili ritardi nelle spedizioni di settimane. Le sue macchine contengono infatti laser, magneti e altri componenti di precisione che dipendono dalle terre rare.

A essere esposti sono anche i costruttori di strumenti come Applied Materials, che utilizzano magneti di terre rare nelle loro apparecchiature. Gli analisti del Center for Strategic and International Studies parlano dei “controlli all’esportazione più severi mai imposti dalla Cina”, sottolineando che Pechino “ha gli strumenti e l’influenza per costringere non solo le aziende americane, ma quelle di tutto il mondo a conformarsi”.

La risposta di Washington

Trump non ha perso tempo. Poche ore dopo l’annuncio cinese, ha annunciato un nuovo dazio del 100% su tutte le importazioni cinesi e ulteriori controlli sull’esportazione di software strategico.

A partire dal mese prossimo, il livello complessivo dei dazi su molti prodotti cinesi salirà così al 130%, vicino al picco del 145% imposto a inizio anno, prima della breve tregua commerciale.

Il presidente ha anche minacciato di cancellare il vertice previsto con Xi Jinping, definendo le nuove misure di Pechino una “azione ostile”. Sul suo profilo Truth Social ha scritto: “Ho sempre pensato che stessero aspettando il momento giusto, e ora, come al solito, avevo ragione! Non è accettabile che la Cina tenga il mondo in ostaggio.”

Le conseguenze per il mercato globale

L’escalation rischia di avere effetti pesanti sulla catena globale dei semiconduttori. I giganti del settore, da Intel a TSMC e Samsung, dipendono dai macchinari di ASML e da forniture costanti di componenti che includono terre rare.

Qualsiasi rallentamento nelle esportazioni cinesi potrebbe tradursi in ritardi nella produzione di chip e, di riflesso, in un freno temporaneo al boom dell’intelligenza artificiale.

La mossa di Pechino ha destato forte preoccupazione anche in Europa, dove la Germania ha definito le restrizioni “motivo di grande inquietudine” e ha avviato consultazioni con la Commissione Europea per coordinare una risposta comune.

Taiwan, che importa la maggior parte delle terre rare da Europa, Stati Uniti e Giappone, ha annunciato che monitorerà l’impatto indiretto della crisi sui costi e sull’approvvigionamento.

Perché la Cina ha scelto questo momento

Al di là degli effetti immediati, la decisione di Pechino sembra essere la risposta a una serie di pressioni americane cumulate nelle ultime settimane. Tre in particolare hanno contribuito a inasprire il clima.

La prima è il voto bipartisan del Senato statunitense che introduce limiti permanenti all’esportazione di chip AI verso la Cina, colpendo direttamente aziende come Nvidia e AMD.

La seconda è la decisione della Federal Communications Commission di inasprire ulteriormente le restrizioni sulle apparecchiature di rete cinesi, da Huawei a ZTE, con la motivazione della sicurezza nazionale.

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La terza, più concreta, è la rimozione negli USA di milioni di inserzioni online di prodotti elettronici cinesi dai principali marketplace americani, perché privi di certificazioni FCC: una misura che ha avuto l’effetto di un embargo commerciale soft.

A questa catena di mosse si è aggiunto un ulteriore segnale di tensione nei traffici marittimi, di cui non abbiamo scritto perché al di fuori delle tematiche di cui si occupa TechTalking.

Pechino ha infatti imposto nuove tariffe portuali sulle navi statunitensi dirette nei suoi scali (fino a 400 yuan, circa 50 euro, per tonnellata di stazza), come ritorsione contro le misure adottate da Washington nelle settimane precedenti, che avevano introdotto limitazioni d’accesso e nuovi controlli di sicurezza sui cargo cinesi in alcuni porti americani, in particolare sulla costa occidentale. È un fronte meno visibile ma comunque strategico, che colpisce la logistica delle forniture e che estende la guerra commerciale alle rotte del Pacifico.

Per Pechino, questi quattro segnali combinati hanno rappresentato la prova che la linea dura di Washington non è più un episodio politico, ma una strategia di lungo periodo.

Da qui la scelta di rispondere non con un dazio o una nota diplomatica, ma colpendo nel punto più vulnerabile delle filiere occidentali: i materiali che servono per costruire i chip.

Una mossa in vista del vertice?

Le terre rare sono un’arma silenziosa ma potentissima. La Cina controlla oltre il 70% della raffinazione mondiale e sa che il mondo non può sostituire rapidamente quella fornitura. Bloccarla, o anche solo minacciarlo, è un modo per ricordare che la potenza industriale di Pechino resta essenziale per l’economia globale.

È quindi plausibile che questa mossa non sia solo una reazione economica ma una manovra diplomatica preparatoria in vista del possibile incontro tra Trump e Xi Jinping, ora però in bilico. Imporre restrizioni di tale portata consentirà a Pechino di alzare la posta, testare i limiti dell’avversario e arrivare al tavolo negoziale con una posizione di forza.

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