La Cina blocca l’acquisizione di Manus (che è già stata conclusa)

by | 27 Apr 2026 | IA, Tech War

Illustrazione: ChatGPT
Riassunto IA
  • La Cina ha ordinato l’annullamento dell’acquisizione da 2 miliardi di dollari di Manus da parte di Meta, nonostante l’operazione sia già completata.
  • Pechino ha esteso le restrizioni ai capitali americani a società come Moonshot AI, Stepfun e ByteDance.
  • Il caso Manus ridisegna le condizioni per le startup cinesi con ambizioni internazionali.
Tempo di lettura: 3 minuti

I dipendenti di Manus sono già negli uffici di Meta a Singapore. I capitali sono già stati trasferiti. Gli investitori, tra cui Tencent, hanno già incassato i primi dividendi. L’acquisizione da 2 miliardi di dollari della startup di agenti IA è stata, nei fatti, completata.

Eppure la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma, il ministero della pianificazione economica cinese, con poteri regolativi su interi settori strategici, ha emesso il suo ordine: cancellare l’operazione. Un’unica riga, nessuna spiegazione. Come si smantella un’acquisizione già avvenuta è, al momento però, una domanda senza risposta.

Il blocco arriva a poche settimane dall’atteso summit tra Donald Trump e Xi Jinping, in un momento in cui Pechino sta ridefinendo con crescente sistematicità i confini di ciò che può (e non può) uscire dai propri confini tecnologici.

Manus intrappolata tra due sistemi

Lanciato a marzo 2025, Manus è un sistema di IA agentica capace di eseguire autonomamente compiti complessi, dall’analisi finanziaria alla redazione di proposte commerciali, senza intervento umano passo per passo.

Costituita a Singapore ma fondata da cinesi, la startup aveva raggiunto 100 milioni di dollari di ricavi annui prima che Meta ne annunciasse l’acquisizione lo scorso dicembre. In mezzo, c’è stato un round da 75 milioni guidato da Benchmark (il fondo californiano tra i primi investitori di Uber e Twitter), che aveva portato la valutazione a 500 milioni e innescato un’indagine del Tesoro americano per potenziali violazioni delle restrizioni sugli investimenti in tecnologie sensibili.

Manus si è trovata, insomma, nel fuoco incrociato di due sistemi regolatori rivali. Washington che l’ha scrutinata come vettore di tecnologia sensibile in mani straniere. Pechino l’ha vista invece come un asset nazionale ceduto al nemico geopolitico.

I co-fondatori Xiao Hong e Ji Yichao, vale la pena ricordarlo, secondo quanto riportato dal Financial Times sono bloccati in Cina e non possono lasciare il paese da marzo.

Cosa voleva Meta da Manus

Per Meta, Manus era un acquisto strategico. L’azienda di Zuckerberg ha accumulato un certo ritardo nella corsa agli agenti IA rispetto a Microsoft, Google, OpenAI e Anthropic. Manus avrebbe dovuto colmare quel divario in un colpo solo, portando in dote tecnologia, talenti e una traiettoria di crescita già consolidata.

Il caso Manus non è comunque un episodio isolato. Negli ultimi mesi, la stessa Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma ha comunicato ad alcune delle principali società di IA cinesi, tra cui Moonshot AI e Stepfun, che dovranno rifiutare capitali di origine americana nei round di finanziamento, salvo approvazione esplicita.

Restrizioni analoghe sono state estese a ByteDance, proprietaria di TikTok e startup più preziosa del paese. Pechino ha inoltre reso più difficile alle cosiddette “red chip”, ovvero le società cinesi costituite all’estero, quotarsi alla borsa di Hong Kong. In questo modo chiudendo un canale che per due decenni ha permesso alle imprese cinesi di accedere ai mercati internazionali.

L’effetto complessivo è una progressiva disconnessione del settore tecnologico cinese dai flussi di venture capital americano che lo hanno sostenuto fin dagli anni Duemila, capitali che provenivano in larga parte da fondi pensione e fondazioni universitarie statunitensi.

La “manovra Manus”, completata con velocità insolita e inizialmente celebrata come modello per le startup con ambizioni globali, è diventata così il caso da non ripetere. Un deterrente, prima ancora che un precedente legale.

Il disaccoppiamento tecnologico tra Cina e Stati Uniti non riguarda più solo i chip, le infrastrutture o le reti. Sta raggiungendo il mercato privato delle startup, i round di finanziamento, le scelte di dove fondare un’azienda e dove assumere.

Per le startup cinesi con ambizioni globali, le regole del gioco sono cambiate. E il caso Manus farà probabilmente da spartiacque.

Fonte: Bloomberg

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