Negli ultimi anni, il fenomeno del complottismo ha assunto proporzioni sempre più ampie, complice la diffusione capillare dei social media e la crescente sfiducia verso le istituzioni tradizionali. Teorie che in passato sarebbero rimaste confinate a circoli ristretti oggi raggiungono milioni di persone, influenzando comportamenti sociali, scelte politiche e perfino decisioni sanitarie.
Dal negazionismo climatico ai complotti sul 5G, fino alle teorie legate alla pandemia, il complottismo si sta rivelando uno dei fenomeni più insidiosi per la coesione sociale e la salute pubblica. Sia chiaro, politica, istituzioni e corporazioni alle volte ci mettono del loro, con atteggiamenti non sempre trasparenti e inequivocabili, ma non vogliamo in questa sede affrontare un tema che meriterebbe ben altri approfondimenti.
Quello che ci interessa, invece, è che in risposta a questo crescente trend, i ricercatori stanno cercando di sviluppare strumenti in grado di aiutare le persone a uscire dalla spirale delle teorie del complotto.
E tra le soluzioni esplorate, inaspettatamente, c’è l’uso di chatbot alimentati dall’intelligenza artificiale, progettati per confrontarsi con coloro che credono in queste teorie e aiutarli a mettere in discussione le loro convinzioni. Un recente studio di Science ha dimostrato infatti che interagire con un chatbot progettato per contrastare tali convinzioni può ridurre la fiducia in una teoria complottista di circa il 20%.
Questo risultato è stato ottenuto attraverso conversazioni con un sistema AI, chiamato DebunkBot, basato sul modello GPT-4. Anche coloro che avevano credenze profondamente radicate e legate alla propria identità hanno mostrato una riduzione, seppur minore, nella fiducia riposta in queste teorie.
“Non è una cura miracolosa”, ha affermato Thomas Costello, psicologo cognitivo dell’American University e coautore dello studio, “ma è una prova positiva che questo tipo di intervento potrebbe funzionare.” Costello ha paragonato il fenomeno a “scoprire la parte superiore della tana del bianconiglio, in modo da poter vedere la luce”.
Lo studio ha coinvolto oltre 2.100 partecipanti, ai quali è stato chiesto di discutere con il chatbot su una teoria del complotto che trovavano credibile, fornendo poi le prove a sostegno delle loro convinzioni. Dopo aver valutato su una scala da 1 a 100 la fiducia nella teoria e l’importanza di questa per la propria visione del mondo, i partecipanti hanno affrontato tre round di conversazione con il chatbot.
L’intelligenza artificiale, programmata per convincerli del contrario, adattava i suoi argomenti in base alle risposte ricevute dagli utenti. Alla fine dell’interazione, i partecipanti hanno rivalutato il proprio livello di fiducia nella teoria, con una riduzione significativa delle convinzioni complottiste.
Un follow-up condotto su circa 1.000 partecipanti dopo due mesi ha mostrato che l’effetto di indebolimento della convinzione persisteva, sebbene siano necessari ulteriori studi per verificare la durata di questo risultato.
Nonostante i chatbot siano noti per produrre allucinazioni e imprecisioni, lo studio dimostra che strumenti basati su GPT-4 possono essere efficaci nel sostenere la verità. “GPT può difendere la verità in un modo che molti non credevano possibile per gli LLM“, ha commentato Kurt Gray, professore di psicologia e neuroscienze presso l’Università del North Carolina, che non ha partecipato alla ricerca.
Tuttavia, restano alcune incognite sulla praticità di questo tipo di intervento. Da una parte, l’intelligenza artificiale generativa può raggiungere un vasto pubblico. Dall’altra, è improbabile che molti complottisti ‘radicati’ scelgano di interagire volontariamente con i chatbot, come osservano gli autori dello studio.
I ricercatori propongono che i chatbot potrebbero essere impiegati per cercare di raggiungere gli utenti che cercano termini legati alle teorie del complotto online. Secondo però Robbie Sutton, professore di psicologia sociale all’Università del Kent, “la stessa presenza di questi chatbot inevitabilmente diventerà il fulcro di nuove teorie del complotto“, scoraggiando coloro che sono già inclini a queste credenze dal confrontarsi con l’intelligenza artificiale.
Insomma, i chatbot rappresentano una tecnologia con un potenziale ambivalente. Se da un lato possono essere usati per promuovere la razionalità e combattere la disinformazione, dall’altro rischiano di essere sfruttati per manipolare l’opinione pubblica, convincendo le persone che preoccupazioni legittime siano solo il frutto di complotti infondati.


