Le microplastiche sono ormai onnipresenti nell’ambiente e la loro presenza è stata rilevata in acqua, aria, cibo e persino nel corpo umano.
Queste particelle, di dimensioni inferiori ai 5 millimetri, derivano dalla frammentazione della plastica dispersa nell’ambiente e possono penetrare nell’organismo attraverso l’ingestione o l’inalazione.
Nonostante il crescente allarme scientifico, gli effetti a lungo termine delle microplastiche sulla salute umana restano in gran parte sconosciuti. Recenti studi hanno associato la loro presenza a fenomeni infiammatori, squilibri metabolici e possibili danni al sistema cardiovascolare e nervoso.
Tra le nuove scoperte, emerge un dato preoccupante: il cervello sembra essere l’organo in cui si accumulano più microplastiche rispetto a fegato e reni.
Lo studio di Nature
Uno studio pubblicato su Nature ha confermato che le microplastiche e le nanoplastiche (MNPs) sono presenti non solo nell’ambiente ma anche all’interno di organi umani essenziali come il fegato, i reni e, in misura ancora maggiore, nel cervello.
La ricerca ha utilizzato metodologie avanzate di analisi, tra cui la spettrometria di massa e la microscopia elettronica, per rilevare e quantificare la presenza di questi materiali, sollevando interrogativi sulle loro possibili implicazioni per la salute umana.
L’analisi è stata condotta su campioni di tessuto prelevati da autopsie effettuate nel 2016 e nel 2024, mostrando un aumento significativo delle concentrazioni di MNPs nei tessuti cerebrali e epatici.
In particolare, il cervello è risultato essere l’organo con il più alto accumulo di microplastiche, con una concentrazione media che nel 2024 ha raggiunto i 4.917 microgrammi per grammo di tessuto, rispetto ai 3.345 microgrammi del 2016.
Questo aumento sembra riflettere la crescente presenza di plastica nell’ambiente globale e, di conseguenza, una maggiore esposizione umana a questi materiali.

La visualizzazione delle microplastiche nel cervello.
Microplastiche e demenza: un possibile collegamento
I polimeri identificati più frequentemente all’interno degli organi analizzati sono il polietilene (PE), il polipropilene (PP) e il cloruro di polivinile (PVC). Il cervello, in particolare, presenta una predominanza di polietilene, che costituisce circa il 75% delle MNPs rilevate.
Le particelle si presentano principalmente sotto forma di frammenti nanoscopici simili a schegge, troppo piccoli per essere identificati con le tecniche tradizionali di microscopia ottica.
Ciò suggerisce che le nanoplastiche potrebbero essere ancora più pervasive e difficili da individuare rispetto alle microplastiche più grandi.
Uno degli aspetti più allarmanti emersi dallo studio riguarda i tessuti cerebrali di persone affette da demenza.
I cervelli di individui con diagnosi di Alzheimer e altre forme di demenza presentavano concentrazioni di MNPs notevolmente più elevate rispetto ai campioni di individui senza questa patologia.
Le particelle di plastica sono state trovate all’interno delle pareti dei vasi sanguigni e nelle cellule immunitarie del cervello, suggerendo una possibile correlazione con fenomeni infiammatori e danni neuronali.
Gli autori dello studio sottolineano però che al momento non esistono prove di un rapporto di causa-effetto tra l’accumulo di microplastiche e lo sviluppo di malattie neurodegenerative.
Le vie di esposizione e i meccanismi di accumulo
Se le microplastiche raggiungono il cervello, è fondamentale comprendere attraverso quali vie avvenga questo processo.
Tra le ipotesi avanzate, si suggerisce che l’ingestione di alimenti contaminati e l’inalazione di particelle presenti nell’aria potrebbero essere le principali porte d’accesso. I
Un altro aspetto da considerare è il meccanismo di eliminazione delle microplastiche dal corpo umano.
Mentre alcuni studi suggeriscono che queste particelle possano essere espulse attraverso il sistema linfatico o epatico, il cervello potrebbe non disporre di meccanismi altrettanto efficienti per la loro rimozione, favorendone l’accumulo nel tempo.
Quali implicazioni per la salute umana?
La presenza di microplastiche nel cervello umano solleva interrogativi sulla loro potenziale tossicità e sugli effetti a lungo termine.
Sebbene la pericolosità delle MNPs sia stata osservata in studi su colture cellulari e modelli animali, la loro effettiva tossicità per gli esseri umani rimane incerta.
La regola base della tossicologia, “è la dose che fa il veleno”, suggerisce che il semplice rilevamento di particelle di plastica nei tessuti non sia sufficiente per determinarne la pericolosità.
Se però la loro presenza nel cervello fosse associata a processi infiammatori o degenerativi, potremmo trovarci di fronte a un problema sanitario di vasta portata.
La necessità di ulteriori ricerche
Gli autori dello studio sottolineano la necessità di approfondire la ricerca su diversi fronti: identificare le principali vie di esposizione e assorbimento, determinare il destino biologico delle microplastiche nel corpo umano e comprendere gli effetti di lungo termine sulla salute, in particolare in relazione alle malattie neurodegenerative.
Inoltre, è essenziale sviluppare metodi di analisi più standardizzati e sensibili per quantificare con maggiore precisione la presenza di MNPs nei tessuti umani.


