Le recenti cause legali intentate dalle principali etichette musicali contro le aziende che utilizzano l’intelligenza artificiale per creare musica, stanno sollevando complesse questioni sui diritti d’autore. In particolare, riguardo al concetto di “fair use” (uso equo).
Questo principio giuridico permette infatti l’uso non autorizzato di opere protette da copyright in determinate circostanze, promuovendo così la libertà di espressione.
I tribunali spesso valutano se il nuovo utilizzo trasformi le opere originali in qualcosa di nuovo. E le aziende che producono software musicale basato sull’AI difendono i loro prodotti sostenendo che fanno un uso equo delle creazioni umane. Un’argomentazione cruciale, dato il potenziale economico multimiliardario dell’industria dell’intelligenza artificiale.
Suno e Udio, due aziende di musica AI analizzate da Reuters in un interessante approfondimento, hanno affermato nelle loro risposte alle cause delle etichette discografiche che il loro utilizzo delle registrazioni esistenti è pensato per aiutare le persone a creare nuove canzoni. E che pertanto rappresenta un “fair use” per eccellenza.
Le aziende di generazione musicale tramite l’intelligenza artificiale potrebbero però avere più difficoltà a dimostrare il fair use rispetto ai produttori di chatbot. Perché un conto è sintetizzare e riassumere testi in modi più facilmente considerati trasformativi dai tribunali, un altro è creare tracce musicali che, oltre ai testi, riecheggiano anche melodia, armonia, ritmo dei veri artisti.
Un’importante decisione della Corte Suprema sul fair use dell’anno scorso potrebbe avere un impatto significativo su questi casi, poiché ha sottolineato l’importanza di valutare se il nuovo utilizzo abbia lo stesso scopo commerciale dell’opera originale.
Lo scorso aprile abbiamo riportato la notizia che voleva numerose star della musica come Billie Eilish, Nicki Minaj e Stevie Wonder, aver firmato una lettera aperta avvertendo che la musica generata dall’AI e addestrata sulle loro registrazioni, potrebbe arrecare danno agli artisti umani.
Le principali etichette discografiche (Sony Music, Universal Music Group e Warner Music) hanno citato in giudizio Udio e Suno a giugno, segnando l’inizio di una serie di battaglie legali sui diritti d’autore legati ai contenuti generati dall’AI. La difesa di Suno e Udio si basa sul concetto che la loro tecnologia non violi i diritti d’autore e che la legge statunitense protegga le registrazioni sonore che “imitano o simulano” altre musiche registrate.
Queste cause sono probabilmente destinate a durare anni e a sollevare questioni uniche nel campo della musica e del copyright. La speranza è che in attesa che la Legge arrivi a definire regole d’ingaggio chiare, nel frattempo non si sia fatta terra bruciata.


