Sam Altman ci aveva messo in guardia, così è stato: centotrentaquattro miliardi di dollari. È questa la somma che Elon Musk chiede oggi a OpenAI e Microsoft nella causa che li vedrà affrontarsi in tribunale ad aprile.
È una cifra che impressiona per la sua scala e che va oltre la dimensione dell’arricchimento personale, per quanto tutt’altro che irrilevante, per toccare il nodo del controllo sul valore che oggi l’intelligenza artificiale è in grado di generare.
Del resto, la ricchezza personale di Musk si colloca già su livelli senza precedenti: il suo patrimonio è stimato intorno ai 700 miliardi di dollari, una cifra che lo pone nettamente al vertice della classifica mondiale e che supera di circa 500 miliardi quella di Larry Page, secondo uomo più ricco al mondo.
Per paradossale che possa sembrare, anche nell’ipotesi di incassare l’intero importo, l’equilibrio patrimoniale di Musk cambierebbe di poco.
Le due domande su OpenAI
La causa ruota attorno a un paio di interrogativi molto concreti: come va misurato l’apporto iniziale di Musk alla nascita di OpenAI? E Sam Altman ha effettivamente tradito la missione no profit con cui era stata fondata l’azienda?
Musk sostiene che OpenAI abbia disatteso i propositi iniziali, trasformandosi in una macchina industriale e finanziaria che oggi vale centinaia di miliardi di dollari.
OpenAI ribatte che senza una struttura for-profit e senza partnership industriali sarebbe stato impossibile sostenere i costi, le infrastrutture e la complessità dello sviluppo dei modelli più avanzati.
In mezzo troviamo Microsoft, non come semplice investitore ma come attore che mette a disposizione capitale, cloud e l’accesso immediato ai propri canali commerciali e alle proprie piattaforme software, diventando parte integrante dell’ecosistema che ha permesso a OpenAI di crescere così rapidamente.
Le ragioni di Musk e il suo ‘peso’ iniziale
Stando agli atti della causa, l’apparente sproporzione della richiesta ha in realtà una motivazione precisa, che poggia sulla ricostruzione del contributo iniziale di Musk alla nascita di OpenAI.
Musk rivendica infatti un apporto tutt’altro che marginale: circa 38 milioni di dollari, pari a una quota largamente maggioritaria, intorno al 60% del finanziamento seed, cioè il capitale iniziale necessario a far nascere il progetto e avviarne le prime attività. Parliamo di una fase in cui OpenAI era poco più di un’idea e l’IA generativa non aveva ancora mostrato il proprio potenziale.
Questa ricostruzione è alla base dell’analisi presentata dall’esperto finanziario incaricato da Musk, C. Paul Wazzan, economista specializzato in valutazioni aziendali e calcolo dei danni in contenziosi complessi, che ha testimoniato in numerosi procedimenti di alto profilo. Secondo Wazzan, il valore accumulato da OpenAI negli anni successivi sarebbe in larga parte riconducibile a quell’impulso originario.
A questo si aggiungono elementi che nei documenti vengono considerati centrali: il supporto nel reclutamento del personale, l’accesso a contatti chiave nella Silicon Valley e, soprattutto, l’effetto di credibilità legato al nome di Musk, che avrebbe contribuito a rendere il progetto attrattivo in una fase di estrema incertezza.
È su questa base che Musk parla di wrongful gains, ossia di profitti che OpenAI e Microsoft avrebbero potuto accumulare solo grazie a quell’apporto iniziale, salvo poi deviare, a suo dire, dagli obiettivi condivisi.
Una rivendicazione che utilizza la scala attuale dell’azienda per rafforzare l’argomento secondo cui il valore creato da OpenAI affonda le proprie radici in scelte e contributi ben identificabili.
La posizione di OpenAI e Microsoft
OpenAI, l’atro giorno, si era detta fiduciosa di vincere, affermando che la causa “non vale più dei 38 milioni di dollari che Elon ha donato”. Oggi la definisce “infondata” e parte di una campagna di pressione, mentre Microsoft ha respinge l’idea di aver “aiutato o favorito” alcuna violazione della missione originaria.
Le due società hanno inoltre chiesto al giudice di limitare o escludere l’analisi dell’esperto finanziario di Musk, C. Paul Wazzan, giudicandola non verificabile e potenzialmente fuorviante per una giuria.
La loro posizione è netta: sviluppare l’intelligenza artificiale su larga scala richiede capitali ingenti, infrastrutture dedicate e una governance adeguata a un’industria che oggi opera su dimensioni planetarie. In questa prospettiva, la trasformazione di OpenAI non viene letta come un tradimento della missione originaria, ma come una scelta obbligata per sostenere la crescita tecnologica.
Uno scontro che va oltre il processo
Qualunque sia l’esito giudiziario, la causa Musk–OpenAI rischia di diventare un precedente simbolico.
Non tanto per la cifra richiesta, quanto per la domanda che solleva: fino a che punto le promesse etiche fatte all’origine di un progetto tecnologico possono essere rivendicate quando quel progetto diventa un colosso industriale?
La sproporzione tra la richiesta di risarcimento e la ricchezza personale di Musk resta evidente, e proprio per questo perde centralità. Al suo posto emerge una contesa sul potere, sulle regole che ne disciplinano l’esercizio e su cosa significhi, in concreto, detenere il potere d’indirizzo sull’intelligenza artificiale, in un’epoca in cui il suo valore economico e strategico supera ormai qualunque investimento iniziale.
Fonti: Reuters, TechCrunch


