Una nuova tendenza contro lo smart working sta prendendo piede tra le caffetterie degli Stati Uniti: rinunciare a Wi-Fi e prese elettriche, scoraggiare l’uso dei laptop e spingere i clienti a tornare a un’esperienza più “umana” e collettiva.
L’obiettivo? Contrastare la trasformazione dei locali in uffici temporanei per lavoratori da remoto, ormai in cerca di un “terzo spazio” dove svolgere le proprie attività quotidiane.
Si tratta di una svolta controcorrente, che segna una reazione diretta a un fenomeno esploso durante la pandemia ma ancora ben lontano dal ridimensionarsi.
Secondo i dati più recenti del censimento statunitense, il numero di persone che lavora da remoto rimane sensibilmente più alto rispetto ai livelli pre-Covid, nonostante il crescente numero di aziende che sta imponendo il ritorno in presenza.
Caffè sì, ma con rotazione
In questo scenario, molte caffetterie hanno iniziato a vedere la propria identità commerciale e sociale messa a rischio.
La presenza prolungata di clienti che occupano i tavoli per ore senza un effettivo consumo proporzionato, spesso impegnati in videochiamate o lavori individuali, ha generato un problema tangibile: minori ricavi, sovraffollamento e una perdita del clima conviviale tipico di questi spazi.
Alcuni locali hanno scelto una linea drastica: niente Wi-Fi, nessuna presa elettrica e divieto totale di laptop. Altri hanno optato per soluzioni più flessibili, come limitare la connessione solo a certe fasce orarie o giorni della settimana. Ma il messaggio resta chiaro: la caffetteria non è un coworking gratuito.
La mossa di Devoción: accesso con codice e blocco nei weekend
Un esempio emblematico arriva da Devoción, catena newyorkese che, dopo il boom del lavoro da remoto, ha deciso di limitare l’accesso a internet a due ore nei giorni feriali. Per connettersi, i clienti devono ottenere un codice tramite un’apposita app. Nei fine settimana, invece, la connessione viene disattivata del tutto.
“Vogliamo che il nostro servizio sia equo per tutti i clienti, e avere qualcuno che rimane seduto per ore e ore come in un WeWork non serve né al nostro business né alla nostra comunità”, ha spiegato ad Axios Lanny Grossman, responsabile delle pubbliche relazioni del marchio. “Puntiamo all’equità in termini di godimento dell’esperienza”.
La scelta non è solo economica ma anche culturale: ricostruire l’identità della caffetteria come luogo d’incontro, non come estensione dell’ufficio domestico.
Smart working vs. interazioni reali
Un’altra voce significativa è quella di David Valdez, fondatore della caffetteria Alba a Detroit, che ha scelto fin dall’apertura di non offrire alcun tipo di connessione. “Incoraggiamo l’interazione”, racconta. “E questo è possibile solo se non si è incollati allo schermo”.
Tuttavia, anche chi aveva provato a rinunciare al Wi-Fi ha dovuto in alcuni casi rivedere le proprie posizioni. La caffetteria Elle di Washington D.C., inizialmente “offline”, ha dovuto cedere di fronte alle recensioni negative di clienti in cerca di rete.
Ha così deciso di concedere l’accesso in modo controllato, solo dal lunedì al giovedì e con un limite massimo di 90 minuti per cliente.
Il titolare, Nick Pimentel, spiega: “Non possiamo avere qualcuno che resta tre ore con una tazza di caffè nel weekend, mentre c’è la fila per il brunch”.
E sebbene molti clienti continuino a usare i portatili per cercare lavoro, aggiornare il curriculum o sostenere colloqui via Zoom, una nuova dinamica si sta lentamente affermando.
“Con tutto questo networking, ci sono meno computer e più conversazioni faccia a faccia”, racconta Pimentel. “È sempre stato il nostro sogno.”


