Broadcom: più della metà delle imprese porta l’IA in casa

da | 5 Mag 2026 | Tecnologia

Riassunto IA
  • Il Private Cloud Outlook 2026 di Broadcom rileva che il 56% delle grandi imprese esegue o pianifica l’inferenza IA su private cloud, mentre il cloud pubblico è sceso dal 56% al 41% anno su anno.
  • VMware Cloud Foundation 9.1 risponde con riduzioni di costo stimate fino al 40% sul TCO dei server, sicurezza integrata con recovery ransomware on-premises e un framework di cloud sovrano certificato con oltre 50 provider locali.
  • L’aggiunta del supporto alle GPU AMD Instinct MI350 e ai framework aperti (PyTorch, vLLM) segnala una strategia esplicita di diversificazione dall’ecosistema NVIDIA.
Tempo di lettura: 4 minuti

Un anno fa, il 56% delle grandi imprese mondiali eseguiva i propri carichi di lavoro IA in produzione sul cloud pubblico. Oggi quella quota è scesa al 41%. Al suo posto, con il 56%, si è insediato il private cloud, ossia l’infrastruttura gestita direttamente dall’azienda, dentro i propri data center.

È il dato più rilevante che emerge dal Private Cloud Outlook 2026, la seconda ricerca annuale condotta da Broadcom su 1.800 responsabili IT senior in otto paesi tra Nord America, Europa e Asia-Pacifico. Un ribaltamento netto, in dodici mesi.

Il segnale non riguarda solo le preferenze tecnologiche, riguarda anche i conti. Il 62% dei CIO e responsabili IT intervistati si dichiara molto o estremamente preoccupato per i costi dell’infrastruttura legata all’IA generativa e agentica.

Mettere un modello in produzione su cloud pubblico, con GPU affittate a ore, si sta rivelando economicamente insostenibile per molte organizzazioni. La promessa dell’elasticità infinita si scontra con fatture che crescono più in fretta dei benefici attesi.

Costi, controllo, sovranità

Le ragioni del ritorno all’on-premises sono tre, e appartengono a piani distinti. Su quello economico, i costi di inferenza in produzione su cloud pubblico sono difficili da comprimere nel tempo: le GPU rimangono risorse scarse e costose, e i principali provider ne controllano l’offerta.

Sul piano operativo, il 36% degli intervistati segnala nuove esigenze di protezione dei dati, privacy e controllo del rischio che i modelli cloud pubblici soddisfano con difficoltà crescente.

Sul piano normativo e geopolitico, la pressione per tenere i dati sensibili sotto giurisdizione locale (amplificata dall’AI Act europeo, dal GDPR e dalle tensioni commerciali degli ultimi anni), sta ridisegnando le architetture IT delle grandi organizzazioni, specie in Europa.

È in questo contesto che Broadcom ha presentato VMware Cloud Foundation 9.1, la nuova versione della piattaforma private cloud del gruppo. L’annuncio arriva mentre molti clienti storici di VMware valutano alternative dopo i cambiamenti di licensing imposti da Broadcom a seguito dell’acquisizione di VMware nel 2023. VCF 9.1 è, nei fatti, anche una risposta a questa pressione competitiva.

Cosa porta VCF 9.1

Sul fronte dei costi, la novità più concreta riguarda la gestione della memoria dei server. Tradizionalmente, i server aziendali usano un tipo di memoria molto veloce ma costosa (la DRAM) per tenere attivi i dati elaborati in tempo reale.

VCF 9.1 introduce la possibilità di affiancare alla DRAM un secondo livello di memoria basato su storage NVMe, più lento ma molto più economico, scaricando su quest’ultimo i dati meno urgenti. Il risultato, secondo le stime interne di Broadcom, è una riduzione del costo totale di proprietà dei server fino al 40%.

Sul fronte dello storage, VCF 9.1 potenzia le funzioni di deduplicazione e compressione di vSAN, il sistema di archiviazione distribuita di VMware. In pratica, i dati duplicati vengono riconosciuti ed eliminati automaticamente, mentre quelli rimanenti vengono compressi.

Ora l’intero processo funziona anche quando i dati sono cifrati, una combinazione che in precedenza non era possibile senza perdere efficacia. L’effetto è più spazio utile sullo stesso hardware, con un risparmio stimato fino al 39% sul costo complessivo dello storage.

Sul fronte operativo, VCF 9.1 introduce lo Zero Touch Provisioning per le implementazioni distribuite su larga scala: i server nelle sedi periferiche si configurano automaticamente tramite rete, senza intervento fisico. È una funzione pensata per chi gestisce infrastrutture distribuite su decine o centinaia di siti.

Sul fronte della sicurezza, arrivano il recovery da attacchi ransomware completamente on-premises, con ambienti isolati e rilevamento malware tramite IA, e un sistema di conformità continua che monitora in tempo reale lo stato dell’infrastruttura rispetto alle baseline di sicurezza, segnalando ogni variazione non autorizzata.

Per chi gestisce modelli IA in produzione, VCF 9.1 introduce metriche di osservabilità integrate direttamente nella piattaforma: velocità di elaborazione dei token, utilizzo della cache, stato degli agenti. Sono strumenti che fino a ieri richiedevano soluzioni separate e che ora Broadcom porta dentro il layer di gestione dell’infrastruttura.

Broadcom e la carta della sovranità

Il punto su cui Broadcom investe di più, almeno sul piano narrativo, è la cosiddetta “IA sovrana”, ossia la possibilità di eseguire modelli su dati sensibili all’interno di infrastrutture locali, certificate e gestite da operatori nella stessa giurisdizione del cliente.

VCF 9.1 si appoggia a una rete di oltre 50 provider cloud certificati secondo il framework “10-Point Sovereign Cloud” di Broadcom, operatori locali che erogano i servizi VMware rimanendo fisicamente e legalmente entro i confini nazionali o regionali del cliente.

Per le pubbliche amministrazioni europee, le banche, le aziende sanitarie e tutte le organizzazioni soggette a obblighi di residenza dei dati, questa architettura risponde a un problema reale.

La questione non è solo tecnica ma anche politica e giuridica. Il cloud pubblico americano, per quanto tecnologicamente avanzato, porta con sé un rischio di dipendenza che molti governi europei stanno cercando attivamente di ridurre. Broadcom lo sa e ci ha costruito sopra una proposta commerciale.

La sfida a NVIDIA

Un dettaglio che vale la pena segnalare è che VCF 9.1 introduce il supporto alle GPU AMD Instinct MI350, accanto al supporto già esistente per le GPU NVIDIA.

È una scelta che, letta nel contesto delle restrizioni americane all’export di chip avanzati e della scarsità strutturale delle GPU NVIDIA H100 e successive, ha un significato preciso.

Diversificare i fornitori di acceleratori grafici è diventata una priorità strategica per chiunque gestisca infrastruttura IA su scala. Broadcom offre alle imprese la possibilità di farlo senza cambiare piattaforma.

La piattaforma supporta anche framework aperti come PyTorch e vLLM, oltre al progetto OPEA (Open Platform for Enterprise AI) di Intel. Mosse queste che puntano a posizionare VCF come infrastruttura neutrale rispetto all’ecosistema dei modelli, in un mercato dove la dipendenza da un unico fornitore, sia esso un cloud provider o un produttore di chip, è percepita sempre più come un rischio.

Fonte: Broadcom

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